Quali sono i tessuti che inquinano di più

I prodotti tessili fanno parte della nostra quotidianità. Dall’abbigliamento all’arredo, entriamo ogni giorno in contatto con stoffe che possono non fare bene all’ambiente. Vediamo quali sono i tessuti che inquinano di più.

Cosa significa scegliere tessuti sostenibili?

I tessuti che inquinano di più non sono solo artificiali

Attenzione: la fibra di cotone è biodegradabile, ma una t-shirt può avere componenti che potrebbero non esserlo. Il filo solitamente è in poliestere e la tintura potrebbe essere chimica.

Anche le sostanze con cui vengono trattati i tessuti, come l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, creano forte impatto. Un altro aspetto importante da considerare è la quantità di acqua utilizzata. Il cotone ad esempio, è il più grande consumatore di acqua del settore. La sua impronta idrica media è di circa 10.000 litri per chilogrammo, ma può variare. In Cina è di circa 6000 litri / kg, mentre in India è di circa 22500 litri/kg, a causa delle diverse condizioni ambientali.

Pelle, lana o seta sono di origine animale e a volte la loro produzione non è del tutto etica. Possono includere l’alimentazione forzata degli animali o pratiche di macellazione barbare.

Per queste fibre quindi, è importante considerare quando sia il loro impatto ambientale o il modo in cui gli animali interagiscono con l’intero ecosistema. Inoltre la produzione di queste fibre comporta anche ampio uso di terreno e rilascio di metano e gas serra.

Tessuti sintetici e semi sintetici

I tessuti sintetici invece sono prodotti tramite processi chimici. In realtà ci sono fibre sintetiche e semi-sintetiche. Queste ultime derivano da risorse naturali trasformate chimicamente, come rayon e viscosa.

Queste sostanze chimiche sono anche state collegate a vari problemi di salute e malattie come il Parkinson, attacco cardiaco e ictus.

I veri materiali sintetici invece usano spesso il petrolio. Il poliestere è realizzato in polietilene tereftalato (PET) ed è lo stesso materiale utilizzato per produrre bottiglie di plastica. Inoltre, la quantità di acqua per il raffreddamento è considerevole e richiede molta energia. Queste fibre inoltre rilasciano microplastiche minuscole che inquinano gli oceani e possono portare alla morte di animali marini, oltre ad entrare facilmente nella nostra catena alimentare.

Alcuni dati

Secondo un’analisi condotta dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), in collaborazione con un team di ricercatori sudafricani e australiani su 916 campioni di acqua di mare, sono emersi risultati poco dìrassicuranti.
«Abbiamo raccolto 23.593 fibre in sei bacini oceanici differenti e ne abbiamo analizzate circa duemila tramite un microscopio ad infrarossi (µFTIR) per identificarne la composizione polimerica, scoprendo che il 79,5% era a base di cellulosa (principalmente cotone), il 12,3% era a base animale (principalmente lana) e solo l’8,2% era sintetico (principalmente poliestere)», spiega Giuseppe Suaria, ricercatore del Cnr-Ismar e coordinatore dello studio insieme al Prof. Peter Ryan dell’Università di Cape Town.

«I risultati del nostro studio concordano con altre ricerche nel dimostrare la maggior presenza in ambiente marino di fibre a base di cellulosa e indicano invece che studi precedenti potrebbero aver sovrastimato l’abbondanza delle fibre sintetiche. Tuttavia, per quanto le fibre naturali come lana e cotone siano considerate biodegradabili, sappiamo ancora poco sui loro tempi di degradazione. Inoltre, mentre la produzione globale di fibre tessili, naturali incluse, è più che raddoppiata in tutto il mondo negli ultimi 20 anni, raggiungendo 107 milioni di tonnellate prodotte nel 2018, quelle sintetiche dominano il mercato del tessile solo a partire dalla metà degli anni Novanta».

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Pillole di curiosità – Io non lo sapevo. E tu? 

  • Secondo Rapporto Italia 2020, il cotone si trova nel 40% degli indumenti. Le fibre sintetiche, come poliestere e nylon, ben nel 72% di essi. Anche se le coltivazioni di cotone occupano solo il 2,4% della superficie agricola del mondo, in esse viene investito il 10% di tutti i prodotti chimici agricoli e il 25% di tutti i pesticidi. La coltivazione del cotone, inoltre, richiede l’uso di enormi quantità d’acqua.
  • Secondo il Rapporto Rifiuti Urbani dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) – che fornisce i dati sulla produzione, raccolta differenziata, gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di imballaggio ‒ nel 2018 sono state raccolte 146,2 kt di frazione tessile. Si registra un aumento della raccolta nel Nord (dalle 68,2 kt del 2015 alle 75,3 kt del 2018), al Centro (dalle 28,7 kt del 2015 alle 29,6 kt del 2018). Al Sud si è passati dalle 32,2 kt del 2015 alle 41,3 del 2018.

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Sono laureata in giornalismo e lavoro come redattrice, traduttrice e copywriter. Mi piace parlare di tutto con approccio scientifico, soprattutto di enogastronomia. Scrivo di moda e la creo (sono anche ricamatrice e modellista sartoriale).