Intervista a LabelLess: un brand streetwear etico e sostenibile

Gabriele e Giovanni: i due protagonisti di LabelLess

Un progetto che prende vita in un piccolo paesino nella meravigliosa vallata delle Dolomiti. Tra i duecento abitanti residenti a Caralte ci sono Gabriele e Giovanni: i due protagonisti di questa entusiasmante storia.

Tutto parte da un’idea, una fusione di passioni: l’interesse verso la grafica, verso la natura, mischiato all’amore per lo streetwear. Un mix esplosivo, tutto nel rispetto dell’ambiente ed, ovviamente, una scelta accurata di tessuti biologici e certificati.

Oggi la redazione di Habitante ha il piacere di poter intervistare i ragazzi che hanno creato il brand “LabelLess”. Come nasce questo viaggio? Da dove arriva l’idea di creare “LabelLess”? E, quanti componenti lavorano all’interno di questa squadra? 

Avevamo da poco terminato gli studi, ognuno aveva iniziato il suo lavoretto estivo per racimolare qualche soldo ma capitava spesso che ci interrogassimo su cosa avremmo fatto dopo quei tre mesi e che strada avremmo scelto. Da una parte nutrivamo una forte passione per le materie multimediali come grafica, fotografia e videomaking, dall’altra vi era un forte amore per la natura e la montagna che circonda la nostra quotidianità. Inoltre, abitando in un contesto sociale molto ristretto, col passare del tempo ci siamo accollati diverse etichette sociali e chiacchiere da bar, con il desiderio di riscatto e di voler comunicare che i giudizi a priori non trovano terreno fertile nel nostro gruppo. Nell’abbigliamento abbiamo trovato il connubio perfetto fra le nostre passioni e la nostra filosofia, scegliendo il nome “LabelLess” come bandiera della nostra voce, firma della nostra distinzione.

Ad oggi il progetto riscuote molto interesse soprattutto fra i nostri coetanei. Diverse sono le persone con cui collaboriamo, soprattutto in campo artistico, ma la squadra più vicina al progetto è composta da sei persone.

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LabelLess, senza etichette, è diventato un vostro modo di vedere il mondo? Un po’ sotto tutti gli aspetti, corretto?

LabelLess più che diventare un modo di vedere il mondo è stata la parola che è riuscita a descrivere al meglio il modo in cui lo percepiamo. Per noi essere “LabelLess” significa non soffermarsi sull’apparenza a pelle e per farlo bisogna studiare, viaggiare. Ma non solo, anche conoscere persone e culture diverse, domandare e scoprire punti di vista differenti. Perché più ci confrontiamo e più accettiamo e conosciamo, e più si comprende che infondo la normalità è solo un discorso di convenzione. A questo si è aggiunta l’attenzione all’ambiente e ad una produzione etica e sostenibile.

I vostri prodotti hanno delle certificazioni che appunto, attestano l’etica e la sostenibilità della vostra produzione: quali sono e di cosa si tratta?

Esattamente, per garantire un prodotto realizzato nel rispetto di ambiente e operanti del settore, i nostri vestiti sono dotati di diverse certificazioni. In primis c’è Fair Wear foundation, organizzazione no profit che si occupa della salvaguardia dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo e garantisce condizioni lavorative dignitose ed a norma con gli Stati più sviluppati.

Poi c’è G.O.T.S. ovvero il Global Organic Tex Standard, la certificazione no-profit più importante al mondo che crea uno standard di qualità comune, così da poter garantire al consumatore la sostenibilità e la sicurezza del prodotto. Per possedere questa certificazione occorre:

  • Avere un prodotto di almeno il 70% di fibre naturali da agricoltura biologica.
  • Adottare modelli e procedure di produzione manifatturiera conformi.
  • Utilizzare prodotti chimici conformi.

Climate Neutral; è una certificazione che attesta la riduzione del 90% delle emissioni di CO2 per singolo prodotto, tramite una combinazione di agricoltura biologica a basso impatto, efficienza nella produzione e nei trasporti e l’uso di energia rinnovabile invece della rete elettrica basata su combustibili fossili.

OEKO Tex Standard 100, è una certificazione che garantisce che nel capo che indossi non ci siano sostanze nocive per l’uomo e presunte tali. È una delle certificazioni più complesse da ottenere, infatti, i termini sono molto severi e scrupolosi ed è conferita solo dopo numerosi test.

Peta Vegan Approved: è una certificazione che ha l’obiettivo di diminuire gli abusi sugli animali. Infatti, i capi che ne sono dotati vengono realizzati senza l’utilizzo di prodotti di origine animale come seta, lana, o pelli e pellicce.

Per il vostro brand è importante rispettare le linee guida di una produzione sostenibile: quali sono le fasi di produzione del prodotto?

Dietro ad una singola maglietta le fasi di produzione sono molteplici e diversificate, per questo motivo non è sufficiente che un vestito venga realizzato in cotone organico per parlare di sostenibilità. Tutto parte dal seme, il cotone, che dopo essere stato coltivato e raccolto, viene lavorato, filato e tessuto. Una volta realizzata la stoffa si procede con la tintura ed in seguito si cuce il capo neutro. A questo punto manca solo la personalizzazione, ovviamente, realizzate per mezzo di stampe ecologiche a basso impatto e la pubblicazione sui nostri siti.

In futuro avete intenzione di intraprendere altre iniziative sostenibili? Se sì, quali?

LabelLess vuole diventare anche ricerca ed innovazione, a breve usciranno dei nuovi prodotti sulle nostre piattaforme, qualcosa di mai visto prima e su cui stiamo lavorando da diverso tempo. La ricerca e lo sviluppo di iniziative sostenibili è il fulcro della nostra attività che ora si espanderà anche al mondo degli accessori di moda.

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Pillole di curiosità – Io non lo sapevo. E tu?

  • Un recente sondaggio raccolto dalla London Research, afferma che, oltre il 90% dei consumatori italiani smetterebbe di acquistare da un brand di moda privo di standard etici.
  • Per produrre una t-shirt di cotone vengono impiegati circa 2700 litri d’acqua.
  • Greenwashing, vuol dire il modo di comunicare di alcune aziende per conquistare i consumatori. Tutte queste aziende puntano ad un’immagine ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale, omettendo, chiaramente, tutti gli aspetti negativi delle loro attività di produzione. Sembrerebbe un termine moderno, ma in realtà risale al 1986. Il tutto, ovviamente contrario al concetto di produzione sostenibile.

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