Anche l’avocado ha i suoi segreti: Habitante ve li racconta

È diventato famoso di colpo, un super food da provare assolutamente. Illuminato improvvisamente dalle luci della ribalta, l’avocado alberga nelle nostre cucine sempre più spesso. Purtroppo è un frutto che inquina ma allo stesso tempo ha fatto arricchire molte persone. Tutto ciò ha ingolosito la malavita che ha lanciato un vero e proprio business sull’avocado.

Ma andiamo per gradi.

La produzione di avocado

piantagione avocado habitante

Shutterstock – Daniel Reiner

La FAO ci avverte che dal 1993 a oggi la produzione di avocado è più che raddoppiata. Un americano medio ne mangia 3,4 kg l’anno; in Italia il consumo è passato dalle 3.600 tonnellate del 2007 alle 13.000 del 2016 (+216%).

Questa crescita insostenibile è “giustificata” dai guadagni che ci sono dietro. I principali Paesi consumatori di avocado (USA, Canada, Regno Unito ed Europa settentrionale) sono anche quelli con il clima meno adatto. Mentre le aree nelle quali questo frutto predilige crescere (Kenya, Perù, Repubblica Domenicana, Messico, Cile, California, Colombia) sono in gran parte zone dove la siccità regna sovrana, per non parlare della povertà e dello sfruttamento iniquo del lavoro agricolo.

Cosa farei per un avocado

Così in Paesi come il Cile, dove l’acqua potabile è per la maggior parte privatizzata e circa l’80% di essa è impiegata in ambito agricolo, sono stati installati pozzi e canali illegali. Queste vie secondarie trasportano l’acqua destinata a molteplici campi e a diversi villaggi esclusivamente in piantagioni di avocado. L’acqua rubata viene sostituita con altra acqua consegnata tramite mezzi a due ruote ed è spesso contaminata.

Tutto ciò è stato confermato dalla Dirección General de Aguas cilena. Tramite un’indagine satellitare sono stati rilevati ben 65 canali abusivi i quali portavano la totalità dell’acqua verso pozzi privati. Pozzi utilizzati per la coltivazione di avocado, violando il diritto fondamentale dell’acqua della popolazione cilena.

Ma non solo Cile. Anche in Messico la produzione di avocado è diventata un’opportunità economica per gli agricoltori. La coltivazione di questo frutto ha spinto gli agricoltori locali ad alimentare la deforestazione per avere sempre più terreno fertile per la coltivazione dell’avocado. Tutto ciò sta gravemente influendo sull’ambiente e sulla fauna locale.

Il timore è che si ripeta ciò che è accaduto in passato con la quinoa. Nel 2000 la quinoa raggiunse un prezzo così elevato che i suoi stessi coltivatori non poterono più permetterselo. Conveniva venderlo, ma presto sul mercato sgomitò un tipo di quinoa di qualità inferiore a un prezzo più basso, lasciando molti contadini indebitati.

Narcos e inquinamento

avocado habitante

Shutterstock – Un fotografo mas

Inoltre quest’oro verde (viene chiamato così l’avocado di Hass) ha attirato l’attenzione dei narcos messicani. È molto complicato coltivarlo. Un pianta di avocado matura in 7 anni e da quel momento in poi la produzione è bassissima, solo circa 100 frutti all’anno. I coltivatori riescono a guadagnarci, ma spesso una quota finisce nelle tasche di famiglie poco raccomandabili.

Infine anch’esso fa parte dei cibi più inquinanti della Terra. Per coltivare un singolo avocado occorrono ben 70 litri d’acqua, ben 3 volte in più di quelli necessari per la coltivazione di un’arancia, 14 messo a confronto con un pomodoro. Oltretutto aggiungiamo i costi per imballaggio e trasporto. Per arrivare in Italia 1kg di avocado messicano percorre 10.200 km, rilasciando nell’atmosfera ben 18, 5 kg di anidrite carbonica.

Sicuramente va provato una volta nella vita. Ancor meglio sarebbe provarlo nei suoi Paesi di origine. E se proprio tutto ciò risulta impossibile, almeno non sprecatelo.

Pillole di curiosità – Io non lo sapevo. E tu?

  • L’Hass è la varietà che più di tutte sta conquistando i consumatori europei ed è la più coltivata in Sudamerica.
  • Il Perù, che è il primo fornitore di avocado in Europa (154.468 tonnellate nel 2017), ed ha una produzione di avocado Hass stimata nel 2018 di oltre 300mila tonnellate su una superficie di quasi 30mila ettari.

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