La Casa collettiva: il cohousing come modello di inclusione sociale

Il trend dell’abitare degli ultimi anni è il cohousing: la casa collettiva come modello di inclusione sociale.

A partire dai dati della ricerca condotta dall’Osservatorio sulla Casa di Leroy Merlin Italia, oggi scopriamo che gli italiani hanno voglia di vivere in una casa collettiva.

Le strutture abitative del futuro strizzeranno l’occhio agli spazi condivisi e di aggregazione, per favorire l’esperienza “sociale”.

Infatti il tema delle scorse edizioni del contest di progettazione “La casa di domani” promosso dall’Osservatorio sulla Casa riguardava proprio il cohousing in Italia. Da un lato è visto come un fenomeno sperimentale, ancora poco compreso dalle grandi masse. D’altro canto è assolutamente voluto da chi lo ha scoperto e vissuto almeno una volta o per un periodo della propria vita.

La casa collettiva amata dagli italiani

cohousing un modello di condivisione

Gli spazi individuali vengono rigettati a favore di spazi condivisi: gli ambienti della casa del futuro saranno ripensati, pur preservando la sfera personale.

La casa del futuro sarà una bolla di spazio tutta per sé, da ritagliare in uno spazio comune” leggiamo dal report della IV edizione dell’Osservatorio sulla Casa.

La casa collettiva è vista non più come una casa isolata, ma inserita in un ecosistema urbanistico e sociale connesso al territorio e ai servizi.

 

Il cohousing è inclusione sociale

inclusione sociale

Uno degli obiettivi primari dell’UE è facilitare l’inclusione sociale tra i suoi cittadini attraverso finanziamenti specifici. In particolare queste strategie si rivolgono a persone svantaggiate come gli anziani o i migranti e ai diversamente abili, finanziando attività che combattano la discriminazione nell’accesso all’occupazione e ai servizi basilari per una vita dignitosa.

Charles Durret definisce il cohousing come “una tipologia di abitazione collaborativa nella quale i residenti partecipano attivamente nella progettazione e nella scelta del proprio vicinato. I residenti accettano di vivere come una comunità in cui le abitazioni private, che rimangono un inviolabile spazio di privacy, vengono completate da aree comuni che incoraggiano l’interazione sociale. Gli spazi privati contengono tutte le caratteristiche delle case convenzionali, ma i residenti possono accedere a ulteriori attrezzature e strutture comuni come giardini, lavanderie, sale hobbies, cucine e sale comuni. La gestione della comunità è direttamente a carico dei residenti senza che venga a crearsi una leadership dominante. Le attività svolte all’interno del cohousing non devono generare reddito ulteriore per i singoli residenti”.

Essendo un fenomeno in evoluzione, non è possibile ad oggi riuscire a delineare una definizione univoca di cohousing e quindi individuare le caratteristiche di una casa collettiva. Non tutte le comunità abitative che si definiscono tali rispondono completamente ai requisiti definiti da Durret, ma posseggono proprie peculiarità.

La casa collettiva di Bologna come esempio di cohousing italiano

cohousing per categorie protette

Oasi è il progetto sperimentale di cohousing per categorie protette, nato dalla collaborazione tra l’Azienda Usl di Bologna, l’Asp Città di Bologna, il Comune di Bologna e l’Aias (Associazione italiana assistenza spastici, ONLUS).

Questo esempio di casa collettiva si declina in un condominio partecipato realizzato secondo il modello del cohousing, fenomeno consolidato da decenni in UK. L’edificio che ospita questo intervento è stato riqualificato in modo da avere 6 monolocali di circa 28 mq.

Molti degli abitati che lo vivono hanno diverse forme di disabilità che rendono loro difficile muoversi con agilità. Inoltre il progetto è di inclusione sociale, poichè gli abitanti sono di nazionalità differenti e tutti hanno trovato alloggio dopo aver partecipato ad un percorso di accompagnamento.

La quota mensile prevede un canone d’affitto concordato che va dai 250,00 ai 350,00 € e consente anche la fruizione dei locali comuni al piano terra (stireria, lavatrici, cucina comune) ma anche le importanti attività di socializzazione.

La figura del “portiere sociale” è davvero interessante: c’è una persona che si occupa di ritirare i pacchi in arrivo e di consegnarli ai destinatari, smistare la posta o acquistare prodotti al banco alimentari lì vicino.

Altra figura importante per questa casa collettiva è il “mediatore condominiale” che ha il compito di visitare ogni giorno gli abitanti per chiacchierare davanti a un caffè e dare un sostegno psicologico professionale.

Gli abitanti si ritengono molto soddisfatti dei servizi presenti e chiedono di implementarne altri, come una sala tv o una sala lettura comune.

Questo tipo di iniziative ci dimostrano quanto il nostro Paese abbia bisogno di progetti inclusivi che sappiano assistere in modo costruttivo e positivo persone svantaggiate. Incentivare progetti di cohousing e di casa collettiva può innescare, nel prossimo futuro, delle efficaci sinergie tra pubblico e privato.

 

Serena Giuditta