Stufa a pellet senza canna fumaria: esiste? Regole e alternative

Stufa in ghisa con condotto fumi verticale in un soggiorno con pavimento in legno

Ottobre è il mese in cui molti scoprono di non avere un camino e cercano una stufa a pellet senza canna fumaria, magari vista in negozio con un tubo sottile che esce dal muro. Prima di forare la facciata vale la pena capire cosa c’è dietro questa definizione, cosa dice la legge e quali sono i rischi per chi vive in casa.

Una stufa a pellet senza canna fumaria, in senso stretto, non esiste: ogni stufa a pellet brucia un combustibile e produce fumi che vanno portati all’esterno. Quelle vendute con questa etichetta usano un condotto di scarico di piccolo diametro (in molti modelli 8 cm) al posto della tradizionale canna in muratura, ma il condotto deve comunque arrivare all’esterno nel rispetto della legge, della norma tecnica UNI 10683 e delle istruzioni del produttore. La regola generale nazionale per i nuovi impianti termici è lo sbocco sopra il tetto, non a parete.

In sintesi

  • Nessuna stufa a pellet può funzionare senza scaricare i fumi all’esterno.
  • “Senza canna fumaria” significa con un condotto sottile, spesso da 8 cm, che può correre lungo la facciata fino al tetto.
  • Il DPR 412/1993 (art. 5, comma 9) chiede per gli impianti termici installati dopo il 31 agosto 2013 lo sbocco sopra il tetto; le deroghe del comma 9-bis hanno condizioni pensate per i generatori a gas.
  • Molti manuali vietano lo scarico diretto a parete: conta quello che dice il libretto del tuo modello.
  • Rischio principale: il monossido di carbonio. Installatore abilitato, pulizia periodica e rilevatore di CO.

Come funziona una stufa a pellet “senza canna fumaria”

La stufa a pellet ha un ventilatore che espelle i fumi in modo forzato: per questo può usare tubi molto più sottili di un camino a legna. Nel manuale di installazione della stufa Cadel Spark 11, per fare un esempio concreto, lo scarico fumi ha un diametro di 8 cm e il canale da fumo non può essere più stretto dell’uscita dell’apparecchio.

Il tubo esce dalla stufa, attraversa la parete e prosegue all’esterno, in genere salendo lungo la facciata o all’interno di un cavedio fino a sbucare oltre il tetto con un comignolo. È questo che, nel linguaggio commerciale, diventa “senza canna fumaria”: non serve una canna in muratura preesistente, ma un sistema di evacuazione fumi resta sempre necessario. Lo stesso manuale citato fissa limiti precisi: tratto orizzontale non oltre 4 metri con pendenza minima del 3%, divieto di collegarsi a una canna fumaria collettiva e divieto di condividere la canna con altri apparecchi o con la cappa della cucina.

Dove scaricano i fumi

Le configurazioni possibili sono due. La prima è lo sbocco a tetto, con il condotto che sale fino a superare la copertura: è la soluzione prevista come regola generale dalla legge. La seconda è il cosiddetto scarico a parete, con il terminale che esce direttamente in facciata, accanto a finestre e balconi: è quella che crea più problemi, sia normativi sia di convivenza con i vicini, perché i fumi restano all’altezza delle aperture.

Lo scarico a parete è consentito?

Il riferimento nazionale è l’articolo 5 del DPR 412/1993. Il comma 9, nel testo introdotto con il D.L. 63/2013 convertito dalla legge 90/2013, stabilisce che gli impianti termici installati dopo il 31 agosto 2013 devono essere collegati a camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione con sbocco sopra il tetto dell’edificio (testo dell’articolo 5 del DPR 412/1993 su Normattiva), alla quota prevista dalla normativa tecnica.

Il comma 9-bis elenca i casi in cui questo obbligo non si applica: la sostituzione di generatori individuali già installati con scarico a parete, l’incompatibilità con norme di tutela degli edifici, l’impossibilità tecnica di portare lo sbocco sopra il colmo attestata e asseverata da un progettista, la ristrutturazione di impianti individuali in edifici plurifamiliari privi di uno sbocco adatto, l’installazione di generatori ibridi compatti. Il comma 9-ter però lega queste deroghe a requisiti precisi che riguardano generatori a gas (camera stagna, condensazione, limiti sugli ossidi di azoto) e chiede di posizionare i terminali secondo la norma UNI 7129, che è appunto la norma degli impianti a gas. Il testo dell’articolo non nomina stufe a pellet o apparecchi a biomassa. Infine il comma 9-quater impegna i Comuni ad adeguare i propri regolamenti.

Tradotto in pratica: chi vuole scaricare a parete una stufa a pellet non trova nella legge nazionale un via libera generico, e deve far valutare il proprio caso da un tecnico. A questo si sommano altri tre livelli:

  • la norma tecnica UNI 10683, nella versione 2022 in vigore dal 4 novembre 2022, che regola verifica, installazione, controllo e manutenzione degli impianti con generatori a biocombustibili solidi fino a 35 kW di portata termica al focolare;
  • le istruzioni del produttore: il manuale Cadel citato, per esempio, scrive in modo esplicito che è vietato lo scarico diretto a parete;
  • i regolamenti regionali, comunali e condominiali, che possono aggiungere vincoli su emissioni, posizione dei comignoli e aspetto delle facciate.

Stufa a pellet in condominio

In condominio le domande sono due: dove passa il condotto e dove sbocca. Se il tubo corre in facciata o su parti comuni, conviene parlarne con l’amministratore prima di acquistare la stufa, verificando il regolamento condominiale e le eventuali regole sull’aspetto esterno dell’edificio. Il manuale preso ad esempio vieta l’allacciamento a una canna fumaria collettiva: prima di pensare alla canna comune della vecchia caldaia condominiale, controlla cosa dice il libretto del tuo modello. Uno sbocco sotto le finestre dei vicini, oltre ai problemi normativi, è la via più rapida per una lite.

Prima di firmare un preventivo chiedi all’installatore di indicare per iscritto il percorso del condotto, il punto di sbocco, la norma seguita e la dichiarazione di conformità a lavoro finito. Se vuoi orientarti tra i modelli, trovi una panoramica nella nostra guida alle migliori marche di stufe a pellet; se invece stai ancora decidendo il combustibile, leggi il confronto su cosa conviene di più tra legna e pellet.

Stufa nera con la fiamma visibile dietro il vetro della porta
Ogni apparecchio a combustione ha bisogno di uno scarico fumi a norma e di manutenzione regolare. Foto di Mehmet Akyuz su Unsplash

Monossido di carbonio: il rischio da non sottovalutare

Un condotto mal dimensionato, non a tenuta o ostruito può riportare i fumi in casa. Il pericolo maggiore è il monossido di carbonio, che la scheda dell’Istituto Superiore di Sanità sul monossido di carbonio descrive come un gas inodore e incolore prodotto dagli apparecchi a combustione, stufe e camini compresi. Tra le cause più frequenti l’ISS elenca il cattivo tiraggio, l’ostruzione della canna fumaria per fuliggine o nidi di uccelli, condotti mal dimensionati o non a tenuta. I sintomi iniziali (mal di testa, vertigini, debolezza, nausea, confusione) si confondono facilmente con altri disturbi, e chi dorme può non accorgersene affatto. Se li avverti in casa con la stufa accesa, apri le finestre, esci e rivolgiti al pronto soccorso.

I Vigili del Fuoco del Comando di Padova ricordano che il monossido è difficile da percepire senza un rilevatore che ne segnali la presenza, e raccomandano di far installare gli apparecchi da tecnici abilitati, curare la manutenzione dei sistemi di evacuazione fumi e tenere sempre libere le aperture di aerazione dei locali. Un rilevatore di CO collocato nella stanza della stufa e vicino alle camere da letto è una spesa piccola rispetto al rischio.

Presa d’aria e distanze

La stufa consuma ossigeno: serve un afflusso d’aria dall’esterno. Il manuale Cadel indica una presa d’aria libera di almeno 80 cm² netti, protetta da griglia e vicina al pavimento, e distanze minime da materiali infiammabili che per quel modello arrivano a un metro sul fronte. I valori cambiano da modello a modello: le distanze e la presa d’aria della tua stufa sono scritte nel suo libretto, ed è lì che l’installatore deve guardare.

Manutenzione e pulizia del condotto

Un tubo da 8 cm si sporca in fretta. Il manuale preso ad esempio prevede la pulizia dell’impianto di scarico ogni 2-3 mesi d’uso e il controllo di canna fumaria e comignolo da parte di uno spazzacamino almeno una volta l’anno, con dichiarazione scritta. L’ISS raccomanda di far controllare ogni anno apparecchi e canna fumaria, prima dell’autunno. Alcune Regioni fissano regole proprie: la Lombardia, per esempio, indica la pulizia del sistema di evacuazione fumi almeno una volta all’anno oppure ogni 4 tonnellate di biomassa bruciata e chiede pellet certificato in classe A1 secondo la UNI EN ISO 17225-2 per i generatori sotto i 35 kW. Anche il consumo incide sulla manutenzione: per stimarlo, leggi quanto pellet usare e comprare in una stagione.

Stufa senza canna fumaria: le alternative reali

Se il condotto non può arrivare al tetto e il tuo caso non rientra in alcuna deroga, la strada giusta è un sistema di riscaldamento che non bruci nulla in casa.

Alternativa Scarico fumi Quando ha senso Attenzioni
Climatizzatore a pompa di calore Nessuno Riscaldamento di una o più stanze in modo continuativo Serve spazio per l’unità esterna e, in condominio, rispetto delle regole sulla facciata
Stufe e radiatori elettrici Nessuno Uso saltuario, bagno, piccoli ambienti Consumi elettrici alti se usati come riscaldamento principale; verifica la potenza del contatore
Sistemi radianti a bassa temperatura Dipende dal generatore In caso di ristrutturazione Progetto dell’impianto, lavori più invasivi
Camini e stufe a bioetanolo Nessuno, i gas restano nella stanza Effetto decorativo, non riscaldamento Emissioni in ambiente e rischio di ustioni e incendio

Tra le soluzioni senza fiamma c’è anche il riscaldamento a battiscopa, di cui parliamo nella guida dedicata.

Il bioetanolo non è un riscaldamento

Il bioetanolo viene spesso proposto proprio a chi non ha canna fumaria, ma è la scelta meno indicata. Una scheda informativa delle autorità svizzere (tra cui l’Ufficio federale della sanità pubblica e i servizi cantonali per i prodotti chimici, pubblicata in italiano dal Canton Ticino) spiega che oltre all’anidride carbonica queste stufe producono monossido di carbonio, ossidi di azoto e polveri fini (scheda sulle stufe a etanolo), che in stanze poco ventilate possono accumularsi. La stessa scheda indica la ricarica come il momento più critico: mai rabboccare con la fiamma accesa o con l’apparecchio ancora caldo, mai accendere con tracce di combustibile sparse, mai lasciarlo acceso senza sorveglianza, specie con bambini o animali, e tenere a portata una coperta antincendio o un estintore adatto. Anche l’ISS cita i camini decorativi a etanolo tra le possibili fonti di monossido.

Cosa fare prima di comprare

Verifica se esiste già una canna fumaria utilizzabile o se un condotto può salire fino al tetto. Leggi il manuale di installazione del modello che ti interessa, prima dell’acquisto, cercando le voci su scarico a parete, presa d’aria e distanze. In condominio parla con l’amministratore e controlla il regolamento; in ogni caso chiedi al Comune se esistono vincoli locali. Affida il lavoro a un installatore abilitato che rilasci la dichiarazione di conformità, metti in agenda la pulizia del condotto e installa un rilevatore di monossido. Se il condotto proprio non può uscire a norma, valuta una pompa di calore o le altre idee raccolte nella nostra guida su come riscaldare casa senza termosifoni.

Fonti

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