Coronavirus: addio a Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento

All’età di 92 anni ci lascia Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento.

Il Coronavirus non dà tregua e colpisce la fascia più anziana della popolazione. L’architetto era ricoverato alla clinica San Giuseppe per le conseguenze di una polmonite. Gregotti, nato a Novara nel 1927, è stato uno dei più importanti architetti e urbanisti italiani del Novecento, docente di architettura a Venezia, Milano e Palermo e in tantissime università di tutto il mondo.

Negli anni Settanta aveva fondato lo studio Gregotti Associati International, con cui per anni aveva curato importanti progetti in tutto il mondo, (nel 2017 aveva raccontato che l’attività dello studio stava ormai finendo).

Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento

Allievo di E. N. Rogers, iniziò la sua attività con Meneghetti e Stoppino (1952-67); collaborò poi con F. Purini e nel 1974 fondò lo studio Gregotti Associati (Cerri, Nicolin, Matsui e Viganò) che, con impostazione manageriale e aperta a diverse collaborazioni, ha partecipato ai più importanti concorsi nazionali e internazionali. Ha affiancato l’attività professionale a un forte impegno didattico (prof. al Politecnico di Milano, alle università di Palermo e, dal 1978, di Venezia) e teorico. Accademico di San Luca (dal 1976) e di Brera (dal 1995), ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali.

Direttore di Rassegna (dal 1979 al 1998) e di Casabella (dal 1982 al 1996), ha pubblicato, tra l’altro: Territorio dell’architettura (1966), Il disegno del prodotto industriale (1982), La città visibile (1993), Le scarpe di Van Gogh. Modificazioni dell’architettura (1994), Racconti di architettura (1998), Identità e crisi dell’architettura europea (1999), Frammenti di costruzione (2000), Sulle orme di Palladio (2000), Diciassette lettere sull’architettura (2000), Contro la fine dell’architettura (2008), Architettura e postmetropoli (2011), L’architettura di Cézanne (2012), Incertezze e simulazioni (2012), Il possibile necessario (2014) e Quando il moderno non era uno stile (2018).

Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento: le opere

Coronavirus: addio a Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento

Credits: www.unimib.it

Tra le sue realizzazioni, oltre a quelle citate: a Novara, case d’affitto V. G. F. (1957) ed edificio per uffici (1960); case dipendenti comunali in via Desiderio da Settignano (1963) e in via Montegani (1964) a Milano; dipartimenti di scienze (1969-72) a Palermo; sede dell’università della Calabria ad Arcavacata (1973-86); nucleo abitativo nel sestiere di Cannaregio a Venezia (1981-89); edificio per abitazioni sulla Lutzowstrasse a Berlino (IBA, 1984-86); i già ricordati stadi di Barcellona e Genova, di Nîmes (1987, cui è seguito il Palazzetto dello sport, 1991) e Marrākesh (1999).

Sono inoltre degni di nota l’ampliamento del Museo d’arte moderna e contemporanea dell’Accademia Carrara di Bergamo (1989), la facoltà di scienze ambientali presso il polo tecnologico Bicocca di Milano (1993), il ponte sul fiume Savio a Cesena (1996-2000), il Museo Guiso a Orosei (1997-2000), l’Acquario municipale D. Cestoni a Livorno (iniziato nel 1997). Tra le opere più recenti vanno segnalati l’ampliamento del Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore, Firenze (2002), la progettazione del nuovo quartiere residenziale nell’area di Pujiang, Shanghai (2002); la realizzazione del nuovo Teatro dell’Opera di Aix-en-Provence (2003-2007); chiesa di San Massimiliano Kolbe, Bergamo (2008). Tra i progetti in corso di realizzazione vanno almeno citati quelli del nuovo edificio universitario alla Bicocca di Milano e la facoltà di Medicina dell’università Federico II di Napoli. Nel 2012 è stato insignito della medaglia d’oro alla carriera della Triennale di Milano.

Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento: il pensiero

In un’intervista a la Repubblica nel 2017 in occasione del suo 90esimo compleanno dichiarava:

“L’architettura non interessa più a nessuno”.

“Ho sempre concepito l’architettura come un prodotto collettivo: un valore che si è perso.”

“Gli architetti erano divisi in due categorie. Una prediligeva la natura d’artista e considerava la letteratura o la filosofia discipline distanti. L’altra era quella dei professionisti, che interpretavano il mestiere onorevolmente, ma che non andavano al di là del dato tecnico”.

“Oggi non ci si preoccupa di rappresentare una condizione sociale collettiva. È andato smarrendosi il disegno complessivo della città, che viene progettata per pezzi incoerenti, troppo regolata da interessi”.

“Il postmoderno è un’ideologia tramontata. Ma ha avuto effetti significativi. Si è interpretato in modo ingenuo il rapporto con la storia, non ponendosi nei suoi confronti in termini dialettici, ma adottandone lo stile. E l’involucro è stato considerato indipendente dalla funzione di un edificio. Poi il postmoderno ha incrociato il capitalismo globale”.

«Sono saltate le differenze fra culture. Ora ovunque si distribuiscono prodotti uguali. Prevale il riferimento a un contesto globale, che diventa moda, più che a un contesto specifico. Avanzano lo spettacolo, l’esibizione, l’ossessione per la comunicazione».

Vittorio Gregotti, maestro dell’architettura del Novecento: il futuro

L’architetto già nel 2017 si dimostrava preoccupato per il futuro del ruolo dell’architetto e dei giovani professionisti:

«Mi preoccupa il loro disorientamento. Vengono spinti a coltivare una pura professionalità, a saper corrispondere alle esigenze del committente, oppure ad avere una formazione figurativa stravagante e capace di essere attraente. È pericoloso l’abbandono del disegno a mano. Con il computer si è precisi, è vero, ma non si arriva all’essenza delle cose. I materiali dell’architettura non sono solo il cemento o il vetro. Sono anche i bisogni, le speranze e la conoscenza storica».

Salutiamo il maestro Gregotti riascoltando una sua lezione al Politecnico di Milano

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Pillole di curiosità. Io non lo sapevo e tu?

  • Gregotti è stato allievo di Walter Gropius e ha conosciuto i più grandi dell’Architettura, da Auguste Perret a Ernesto Nathan Rogers.
  • Della sua amicizia con Umberto Eco ha raccontato: “Ho avuto con lui per molto tempo una grande amicizia fondata sulla grande curiosità di capire quale era la sua vera sostanza; cioè se quando metteva quasi sempre un elemento umoristico in un certo tipo di discorso era per evitare di essere serio o perché effettivamente sottolineava che anche un problema di grande serietà può essere rovesciato di 180 gradi; così si potevano notare delle altre cose, magari ridicole o molto più interessanti di quella che era l’apparenza. Era piemontese come me e non è un fattore secondario perché noi piemontesi siamo tutti interessati a quello che la nostra cultura può produrre per la nostra cultura”.

Credits immagine in evidenza: wikipedia commons

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Esperta in architettura e comunicazione. Consulente digitale e Instagram Strategist.