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Deep sea mining: una pratica sostenibile?

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Il deep sea mining è lo sfruttamento dei fondali marini a grandi profondità ma a livello giuridico non è amministrato nel migliore dei modi e ancora non conosciamo i possibili impatti sugli ecosistemi marini.

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Il deep sea mining porta sfruttamento dei fondali oceanici

Il deep sea mining punta alla raccolta di minerali come cobalto, nickel e rame. Vengono quindi ricercati particolari formazioni rocciose sui fondali con ricchi giacimenti di metalli critici.

La transizione ecologica ha spinto molte aziende e Stati a rivolgere l’attenzione alle croste oceaniche perché la scarsità relativa ai metalli critici ha portato l’aumento dei prezzi. Un rapporto di Wood Mackenzie dello scorso luglio spiegava che sta per iniziare un super-ciclo delle materie prime con protagonisti i metalli che ci serviranno nel futuro.

Nel frattempo le Nazioni Unite hanno iniziato a muoversi per una regolamentazione. L’ONU, attraverso la sua agenzia per la regolamentazione dei fondali marini, l’ISA (International Seabed Authority), ha stabilito delle regole per il deep sea mining grazie a un accordo globale da raggiungere entro due anni

Pochi studi a riguardo

L’impatto su ambiente, ecosistemi, biodiversità, inquinamento, salute umana delle attività minerarie sulla terra ferma è ben noto ma si sa quasi nulla circa quelle subacquee. Il problema è che con il deep sea mining si andrebbe a raccogliere fino a profondità anche di 4-5000 metri. Purtroppo però ci sono pochissimi studi scientifici su quella fascia.

L’ISA, ha invocato il principio di precauzione (do not harm principle), che consiste nel bloccare una certa attività fino a quando non si scoprirà che i benefici superano gli svantaggi.

Gli studi che si hanno al momento si basano solo sui dati forniti dalle compagnie interessate allo sfruttamento e pertanto vanno verificati.

I possibili danni

Natalie Lowrey, portavoce della campagna internazionale contro il deep sea mining, sostiene che conosciamo davvero molto poco il fondale oceanico. Alcuni scienziati pensano addirittura che abbiamo più informazioni sulla superficie lunare. Secondo altre ong basterebbe invece semplicemente adottare un livello alto di protezione per il 30% degli oceani in modo da creare zone cuscinetto sufficienti a prevenire danni.

I danni possibili sono:

  • sulla fauna marina, un impatto da rumore;
  • inquinamento luminoso e disturbi creati dalle vibrazioni.

Tra le ripercussioni più preoccupanti c’è quella del sollevamento di nubi di sedimenti a causa del grattamento dei fondali. Queste potrebbero trasportare in superficie alcuni metalli pesanti trascinati dalle correnti.

L’operazione potrebbe avere impatto quindi non solo sui fondali, coinvolgendo altri organismi che fanno da filtro, come spugne e coralli e su tutti gli abitanti del mare.

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Pillole di curiosità – Io non lo sapevo. E tu?

  • Conosciamo solo il 19% dei fondali oceanici e solo quattro anni fa eravamo fermi al 6%. La percentuale giunge dai rappresentanti del Progetto Seabed 2030, un’iniziativa internazionale per realizzare una mappa precisa dei fondali oceanici entro tale data.

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