Covid-19: un semplice raffreddore potrebbe proteggerci dall’infezione

Un nuovo studio condotto da scienziati dell’Istituto di immunologia La Jolla in California dimostrebbe che se si è già stati infettati dai coronavirus del comune raffreddore, le probabilità di contrarre  il Covid-19 potrebbe essere più bassa. La spiegazione è che il virus del raffreddore “insegnerebbe” al nostro sistema immunitario a riconoscere anche il nuovo coronavirus.

La ricerca, pubblicata il 4 agosto 2020 su Science, potrebbe spiegare perché alcune persone hanno casi di COVID-19 più lievi di altri

“Abbiamo dimostrato che, in alcune persone, la memoria immunitaria dovuta ai linfociti T-helper preesistenti contro i comuni coronavirus del raffreddore può riconoscere in modo incrociato il viruso SARS-CoV-2”,
È quanto spiega a la stampa la dr.ssa Daniela Weiskopf, Ph.D., che ha co-condotto il nuovo studio con il professor Alessandro Sette.
“Questo – continua la dottoressa – potrebbe aiutare a spiegare perché alcune persone mostrano sintomi di malattia più lievi mentre altri si ammalano gravemente”.

“La reattività immunitaria può tradursi in diversi gradi di protezione”, aggiunge il prof. Sette. Il professore spiega che possedere una forte risposta dei linfociti T, o una loro migliore risposta, può darci l’opportunità di montare una risposta molto più rapida e forte contro il Sars-Cov-2.

Ricordiamo che Sars-Cov-2 (meglio conosciuto come Covid-19, abbreviazione dell’inglese COronaVIrus Disease-2019), non è il primo coronavirus che conosciamo: ne esistono infatti altri quattro (HCoV-OC43, HCoV-229E, HcoV-NL63 e HCoV-HKU1) che possono causare il raffreddore comune.

Il nuovo lavoro ha dimostrato che dal 40 al 60 percento delle persone non esposte a SARS-CoV-2 (Covid-19)  aveva linfociti T che reagivano bene al virus. Il loro sistema immunitario riconosceva frammenti di virus che non aveva mai visto prima. Questa scoperta è stata studiata a livello globale ed è stata segnalata in persone provenienti da Paesi Bassi, Germania, Regno Unito e Singapore.

Tuttavia, ci tengono a precisare i ricercatori, siamo ancora a un livello di ipotesi, che va verificato con studi più accurati.

Altri autori dello studio includono Alba Grifoni, Alison Tarke, John Sidney, Sydney I. Ramirez, Jennifer M. Dan, Zoe C.Burger, Stephen A. Rawlings, Davey M. Smith, Elizabeth Phillips, Simon Mallal, Marshall Lammers, Paul Rubiro, Lorenzo Quiambao, Aaron Sutherland, Esther Dawen Yu, Ricardo da Silva Antunes, Jason Greenbaum, April Frazier, Alena J. Markmann, Lakshmanane Premkumar, Aravinda de Silva, Bjoern Peters e Shane Crotty.

Fonti: ScienceLa Jolla Institute

Informazioni sull’Istituto di immunologia La Jolla

L’Istituto di immunologia di La Jolla si dedica alla comprensione delle complessità e delle potenzialità del sistema immunitario per applicare tale conoscenza nel promuovere la salute umana e prevenire una vasta gamma di malattie. Fondato nel 1988 è una organizzazione indipendente e senza scopo di lucro.

Foto di copertina di New Africa su Shutterstock

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Iscritto all’ordine dei giornalisti del Piemonte, inizia la sua attività come Web Specialist nel 1996 presso il Politecnico di Torino, durante il quale svolge le sue prime docenze alla Facoltà di Architettura, all’Università di Torino e all’Università Statale di Milano su materie legate alla comunicazione digitale e alla progettazione CAD architettonica. Si occupa da un ventennio di divulgazione scientifica. È direttore responsabile di habitante.it, content farm digitale che si occupa di marketing e comunicazione, nata da un progetto ideato per supportare l’Osservatorio sulla Casa di Leroy Merlin Italia e sviluppato insieme a Unione Nazionale Consumatori.