Lo spazio pubblico: come ripensarlo in modo sicuro e sostenibile?

Abbiamo incontrato Roberto Bolici, professore associato di tecnologia dell’architettura al Politecnico di Milano, per parlare con lui di spazio pubblico, sicurezza e sostenibilità

Professor Bolici, qual è l’aspettativa che il cittadino ha dallo spazio pubblico, in termini di sicurezza?

Il tema relativo al rapporto tra spazio pubblico e sicurezza urbana non è certamente nuovo. Gli studi che mettono in relazione i comportamenti sociali con le caratteristiche dell’ambiente fisico e culturale hanno una tradizione remota.

Infatti, già alla fine degli anni Trenta, alcuni studiosi guidati dal sociologo Robert Park, fondarono all’università di Chicago la prima scuola di ecologia sociale urbana degli Stati Uniti d’America, nota come la Scuola di Chicago. Park sviluppò uno studio sistematico della società urbana dimostrando come i fenomeni di devianza sono inequivocabilmente condizionati dal contesto di appartenenza. Le prime applicazioni concrete sono da ricondurre alle attività e alle sperimentazioni di due donne americane: Elizabeth Wood e Jane Jacobs. Sono state entrambe figure rilevanti e anticonformiste, nell’America conservatrice degli anni Sessanta, che hanno cercato di influenzare la società e i decisori politici con idee rivoluzionarie nella loro apparente ovvietà.

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Copenaghen, considerata una città modello nella gestione dello spazio pubblico sicuro e sostenibile

Il primo architetto che ha tradotto concretamente le teorie in progetti applicati alle città è Oscar Newman, autore nel 1972 del Defensible Space: Crime Prevention Through Urban Design, approccio applicato in molte città americane, in particolare nei quartieri popolari.

Negli anni successivi altri studiosi hanno posto l’attenzione al tema, svolgendo ricerche empiriche applicate a singoli contesti ambientali. Ricordiamo la teoria Broken windows, elaborata nel 1982 da James Wilson e George Kelling, basata sull’assunto che la causa del degrado e della criminalità non sia da attribuire alle classi sociali bensì all’incuria e al degrado stesso dei luoghi di vita, appunto al proprietario della finestra rotta.

Attualmente, il riferimento culturale e operativo della maggior parte dei progetti contemporanei è rappresentato dal “Crime prevention through environmental design (CPTED)”. Migliorare la qualità dello spazio fisico per ridurre il degrado e di conseguenza la criminalità: questo, sinteticamente, l’assunto su cui si basa il metodo CPTED.

Oggi la sicurezza nelle città rappresenta indubbiamente uno dei temi del nostro tempo. In realtà, il discorso attorno al tema della sicurezza nei contesti in cui viviamo non può essere compreso nella sua complessità se non all’interno dei mutamenti che sono avvenuti negli ultimi decenni. Si sono modificate le caratteristiche sociali ed economiche delle città e al tempo stesso la percezione dell’insicurezza è aumentata. Di conseguenza gli spazi destinati alla relazione quotidiana sono sottoposti a notevoli tensioni. Ecco perché le città e gli spazi pubblici si mostrano come quei luoghi in cui le insicurezze, concepite e incubate nella società, si manifestano in forma estremamente tangibile.

A questo si aggiunge la presenza di una domanda di Sicurezza espressa dalla collettività, che percepisce in modo molto chiaro uno stato di insicurezza nei luoghi in cui vive.

Tuttavia, gli esiti di numerose ricerche ed esperienze sul campo, hanno dimostrato che il bisogno di sicurezza espressa dalla comunità, non fa riferimento esclusivamente a fattori legati all’agire della criminalità, bensì ad un’ampia fascia di fattori che conferiscono all’ambiente urbano lo stato di luogo insicuro, inducendo peraltro anche il disagio e la paura.

Inoltre, a confermare la rilevanza di questo sentimento, quello dell’insicurezza, sono i dati evidenziati dall’ultima indagine campionaria, condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) e resi pubblici nel 2018, denominata “Multiscopo sulle famiglie: Sicurezza dei cittadini”. L’indagine fornisce un quadro articolato di indicatori sulla preoccupazione di subire reati e delle relative conseguenze e sul livello di degrado socio-ambientale della zona in cui si vive. Nel periodo della rilevazione, 2015-2016, si è stimato che il 27,6% dei cittadini si ritiene poco o per niente sicuro uscendo da solo di sera e per il 38,2% la paura della criminalità influenza molto o abbastanza le proprie abitudini. In particolare, le donne e gli anziani erano categorie più interessate dal fenomeno.

Roberto Bolici – Professore Associato Politecnico di Milano

La fase di progettazione dello spazio pubblico può incidere in modo sostanziale sulla sicurezza dello stesso. Non esiste quindi una normativa che chieda di tenere la progettazione in dovuta considerazione?

L’insicurezza dello spazio pubblico, sembra dunque derivare da una complessa serie di fattori, tra cui le condizioni economiche e i problemi sociali. Questa è la convinzione diffusa.

Tuttavia se l’insicurezza dello spazio pubblico non dipendesse esclusivamente da questi fattori?

Se l’insicurezza dipendesse anche dalla loro corretta disposizione e organizzazione?

Quesiti che trovano immediatamente una risposta relativamente ovvia.

Una buona o cattiva progettazione contribuisce certamente a rendere lo spazio pubblico più o meno sicuro. Qualificare lo spazio pubblico ha come conseguenza la “sicurezza” di quello stesso spazio e dunque anche della città.

Proprio per le sue caratteristiche di alto valore, lo “Spazio Pubblico” va difeso, operando attraverso, ad esempio, la “prevenzione ambientale” che si basa sul presupposto che i reati non siano esclusivamente il frutto di una predisposizione individuale di chi li commette, bensì di situazioni e di fattori che possono favorirli. Un approccio, che considera l’organizzazione dello spazio come determinante nella produzione dell’atto criminale. Dunque difenderlo significa “progettarlo” correttamente.

Gli strumenti oggi ci sono, pensiamo al Technical Report 14383-2 emanato dal CEN (Comitato Europeo di Normalizzazione) nel 2007, frutto di dieci anni di impegno congiunto di un gruppo di lavoro europeo e recepito in Italia dall’UNI (Ente Nazionale Italiano di Unificazione) nel 2010 attraverso la pubblicazione del Rapporto Tecnico UNI CEN/TR 14383-2 “Prevenzione del crimine. Pianificazione urbanistica e progettazione edilizia. Parte 2: Pianificazione urbanistica”.

Questa norma è volontaria esattamente come tutte le norme tecniche. Al momento attuale nessuna Legge impone la sua applicazione, anche se vi sono segnali che fanno pensare ad un cambiamento di rotta. Nel resto d’Europa le cose stanno diversamente, Francia e Regno Unito, tra i più virtuosi, hanno dato seguito agli avanzamenti teorici introducendo l’applicazione degli standard della norma all’interno delle legislazioni nazionali.

Secondo lei la scelta italiana è riconducibile più a un retroterra di tipo culturale o ad altri fattori?

Come dicevo prima, di fronte a progetti di sviluppo, in Francia saremmo tenuti a produrre uno “studio di pubblica sicurezza” (Ètude de sécurité publique, studio che deve dimostrare la presa in carico della sicurezza già nella fase di progetto), mentre nel Regno Unito saremmo obbligati a produrre una “dichiarazione di progettazione e accesso” (DAS – Design Access Statement, documento che illustra come il progetto può aiutare a creare luoghi di qualità).

Diventa dunque indispensabile un avanzamento culturale che miri da una parte a impadronirsi del sapere, contenuti della norma, e dall’altra agendo con il fare, sperimentazione in contesti reali. Come ci ricorda Johann Wolfgang Goethe, uno dei più grandi letterati tedeschi, in due dei suoi celebri aforismi “conoscere non basta, occorre applicare” e “volere non basta, occorre agire”.

In Italia è da almeno 20 anni che si riflette e si discute sul tema della sicurezza urbana. Se da una parte queste riflessioni e discussioni hanno avuto il merito di avviare forme di cooperazione interistituzionale, soprattutto su iniziativa di alcune Regioni e Comuni, dall’altra non hanno consentito quell’avanzamento teorico atteso, funzionale all’applicazione di standard nella legislazione nazionale.

Tuttavia, benché non esista tuttora una legge quadro che regoli in modo generale il tema e il ruolo degli attori istituzionali coinvolti, non vi è dubbio che il tema della cooperazione interistituzionale e della sicurezza urbana, da intendersi come questione territoriale da affrontare con un approccio integrato, sia al centro dell’agenda pubblica. Da questo punto di vista, il Decreto Legge 20 febbraio 2017, n. 14, delinea una chiara strategia funzionale all’innalzamento del livello di sicurezza delle città, incentrando tutti gli sforzi sulla rimozione dei fattori che minacciano la vivibilità dei contesti urbani. Strategia fondata sulla sicurezza integrata e sulla sicurezza urbana, e con l’obiettivo di agire attraverso azioni di prevenzione, ovvero tutte quelle misure e interventi utili a ridurre il verificarsi di fenomeni di criminalità e il loro impatto sulle percezioni di insicurezza dei cittadini. Emerge quindi, in modo inequivocabile, l’importanza della progettazione fisica dello spazio pubblico e dei manufatti edilizi come fattori determinanti sui comportamenti, sulle abitudini e più in generale sui modi con cui gli abitanti vivono la città. Ciononostante, ancora oggi siamo di fronte a spazi pubblici risolti forse solo formalmente, ma vuoti o sottoutilizzati o peggio vandalizzati e di conseguenza abbandonati, in cui le persone esprimono, come reazione emotiva, un sentimento di insicurezza in continua crescita.

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Copenaghen, considerata una città modello nella gestione dello spazio pubblico sicuro e sostenibile

Degrado dello spazio pubblico, determinato, come suggerisce Jan Gehl Architetto e studioso svedese, da un’inversione dell’ “ordine relazionale” (prima la società, poi gli spazi pubblici, infine gli edifici)”…prima si pensa agli edifici, poi allo spazio pubblico e infine alla società.

Ci può fare un esempio italiano?

Prendiamo gli stadi. Tradizionalmente questi luoghi vivono la domenica, tuttavia per tutto il resto della settimana è vuoto. Non è deserto solo lo stadio, ma anche lo spazio pubblico adiacente e quello deputato al parcheggio. Una parte della città è quindi completamente priva di vita. La mancanza di vitalità crea luoghi insicuri. Nel settore si parla ormai dell’importanza per queste infrastrutture di trasformarsi in veri e propri Hub, capaci di vivere 24 ore su 24. Lo spazio sportivo dovrà essere attivo durante la settimana e così lo saranno gli spazi adiacenti, grazie all’ovvia crescita di domanda dei servizi che ci sarà.

La pandemia in corso ha determinato un netto cambiamento dello stile di vita, costringendo donne e uomini a vivere all’interno dell’abitazione senza la possibilità di frequentare gli spazi pubblici e quindi di intrattenere relazioni sociali di persona. Questa situazione di costrizione si protrarrà ancora per diverso tempo, nonostante la programmata e graduale “riapertura” delle città, e determinerà inevitabilmente uno spostamento della finanza pubblica verso più contingenti ed importanti attività legate alla salute e al rilancio del settore produttivo e in generale del mondo del lavoro a discapito delle opere di manutenzione e di nuova costruzione delle infrastrutture materiali e dei luoghi e manufatti che costituiscono la città pubblica. Si presenterà quindi una straordinaria occasione per avviare un organico processo di rinnovamento culturale nelle modalità di convivenza e di fruizione degli spazi pubblici che coinvolgerà direttamente, ognuno per le proprie competenze e responsabilità, amministratori, progettisti, ricercatori, studiosi e cittadini. Un momento di cambiamento del paradigma che dovrà prevedere una modificazione del sistema decisionale, coinvolgendo direttamente i portatori di interesse e mettendo al centro di ogni azione l’uomo e le sue esigenze di vita. Condizione che farà aumentare la nostra consapevolezza nei confronti del progetto dello spazio pubblico quale attivatore di relazioni e connessioni sociali che producono luoghi, danno senso agli spazi e generano i contenuti.

In questa logica anche la tematica della sicurezza urbana subirà un ripensamento, ribaltando i criteri e le modalità di intervento sbilanciati sul controllo e sull’intervento ex post, a favore di un approccio integrato con la programmazione e progettazione ambientale degli spazi fisici della città.

Quindi forse sarebbe tempo per l’Italia di riconsiderare la norma UNI CEN/TR 14383-2?

L’emergenza sanitaria, come ho evidenziato precedentemente, porterà un mutamento non da poco, che potrebbe dare avvio ad una stagione di sperimentazione, già introdotta con il recepimento della norma UNI CEN/TR 14383-2 una decina di anni fa che potrà essere incentrata su tre concetti chiave: la protezione, il confort e la multisensorialità.

Quindi cosa cambierà ulteriormente?

Molto semplicemente, lo spazio pubblico dovrà confrontarsi con il tema della “protezione”, da intendersi come: protezione dal traffico (protezione dei pedoni), protezione dalla criminalità e dalla violenza (spazio pubblico vivace, occhi sulla strada, sovrapposizione di funzioni di giorno e di notte, una buona illuminazione), protezione dalle esperienze sensoriali spiacevoli (pioggia, vento, freddo/caldo, inquinamento, polvere, rumore);

Con il tema del confort: spazi per camminare (buone superfici, accessibilità per tutti), aree per la sosta (zone dedicate, manufatti adeguati per le sedute), corretti angoli visuali (visuali senza ostacoli, distanze di visione ragionevoli, viste interessanti, illuminazione), luoghi adeguati per parlare e ascoltare (bassi livelli di rumore, arredo urbano adeguato), aree per il gioco e l’esercizio fisico (aree dedicate, funzionanti di giorno e di notte, in estate e in inverno).

Infine con il tema della multisensorialità: scala del progetto (spazi progettati alla scala umana), progettazione ambientale (possibilità di sfruttare gli aspetti positivi del clima e delle essenze arboree), esperienze sensoriali (buon design, buoni materiali, integrazione con la natura).

Per capirci, se nello spazio pubblico intendo collocarvi delle sedute, come faccio a non tener conto che le persone necessiteranno di una qualche forma di ombreggiamento (ad esempio un’alberatura che si rapporti correttamente con l’orientamento del sole)?

Se non parto da questi principi come faccio a far vivere lo spazio pubblico in modo adeguato e creare la “sorveglianza spontanea” che la Jacobs consigliava?

Dal punto di vista dei materiali utilizzati per la realizzazione dello spazio pubblico, qual è la situazione? Cosa dovrebbe essere fatto?

Su base teorica è stato fatto molto, forse aumentare una buona applicazione è la strada corretta. Come per la sicurezza, ci sarebbero tutti gli elementi per progettare uno spazio pubblico sicuro e sostenibile, ma non sempre vengono adottati gli strumenti a disposizione. Anche in questo caso si tratta di una questione culturale: la Regione Emilia Romagna, ad esempio, ha prodotto un report dal titolo “Rigenerare la città con la natura: strumenti per la progettazione degli spazi pubblici tra mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici”. Si tratta di un documento dove vengono introdotti concetti molto importanti, si indicano i materiali vegetali e minerali che andrebbero utilizzati nei diversi ambienti.

Concluderei, ricordando che in Italia il percorso seguito in questi anni ha favorito un approccio culturale più attento alle esigenze della politica e di conseguenza sbilanciato verso approcci orientati al controllo (videosorveglianza) e all’intervento ex post, a discapito di modalità integrate e concrete strategie di governo del territorio, confermando come la “prevenzione situazionale” (possibilità di ridurre la criminalità e i comportamenti che producono disordine attraverso l’intervento sul contesto fisico-ambientale), intesa anche come prospettiva di policy, non ha avuto il giusto riconoscimento o forse non è stata sufficientemente compresa e quindi sviluppata.

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