Come cambiare il nostro concetto di abitare? Intervista a Giacomo Borella

Giacomo Borella è cofondatore dello studio di architettura Albori, a Milano. Ha insegnato come docente a contratto al Politecnico a Milano, ha scritto articoli e interventi, collaborando con diverse testate e riviste italiane e internazionali.

Che effetto ha avuto la pandemia sulle nostre città?

Oltre ad altri effetti complessi e limitanti, la condizione di sospensione in cui ci siamo venuti a trovare ha anche interrotto, per un breve periodo, alcuni disastrosi automatismi nell’uso della città. Per un paio di mesi si è spalancata la possibilità concreta di una città in cui i mezzi motorizzati sono una minoranza, in cui si cammina o si va in bicicletta. Ciò ha dimostrato che questo cambiamento radicale può avvenire anche senza grandi e costose trasformazioni infrastrutturali. L’abitudine a pensare in termini di infrastrutture, sempre insufficienti e carenti per definizione, è stata per un momento superata da questa situazione inattesa, che ci ha mostrato che esistono trasformazioni che potremmo attuare domattina se solo volessimo.

Maneggio e case in legno, paglia e serramenti di recupero, Costermano sul Garda (Verona), in costruzione (foto studio Albori)

Quindi cosa serve per avviare questa trasformazione?

Prima di tutto l’avvio di un cambio di immaginario e di aspirazioni. L’immaginazione è la fonte delle nostre azioni. Il problema è che dietro parvenze postmoderne, in realtà abbiamo ancora un immaginario paleoindustriale, un’immaginazione fossile e fossilizzata: l’automobile e gli scooter sono ancora visti come simboli di libertà e velocità, mentre se fossimo realisti dovremmo vederli come simboli di ingorgo, città cancerose e clima impazzito. La superstizione economica e finanziaria ci fa credere che abbiamo continuamente bisogno di nuove tecnologie, mentre ne abbiamo già troppe e dovremmo scartarne una buona parte, in quanto disumanizzanti o inutili, e ripensare l’uso della parte rimanente in modo semplice, smascherando l’ideologia della pseudoinnovazione che in realtà nasconde il ricatto dell’obsolescenza programmata.

La formula della decrescita è stata banalizzata e neutralizzata in fretta dall’uso facilone che ne è stato fatto da parte dei media e di subdoli demagoghi alla Beppe Grillo. Ma rimane il fatto che Paul Virilio aveva ragione quando diceva che se qualcuno pensa che qualcosa possa crescere in modo incessante o è un pazzo o è un economista.

L’Italia sta mettendo in atto modelli positivi in tal senso?

Direi proprio di no. I giornali ogni giorno stanno dando ampio spazio alle “incoraggianti” prospettive di ripresa del settore automobilistico e all’idea assurda che l’auto sia il mezzo ideale per il distanziamento post-COVID. Mi hanno sorpreso in modo positivo i provvedimenti in favore della bicicletta presi in questi giorni dal comune di Milano, che mi sembra che vadano nella direzione giusta, anche se si tratta solo di un inizio. Si è finalmente deciso di abbandonare la vecchia idea della pista ciclabile come infrastruttura pesante e costosa, che aveva bisogno di opere stradali importanti, cordoli, contro-cordoli, rifacimento di pavimentazioni, ecc…: in quel modo era impensabile organizzare una rete diffusa e capillare. E di passare ad un sistema leggero, con una corsia segnata solo da una linea di vernice sul pavimento, come avviene in tutte le città europee che hanno un sistema ciclabile esteso e massiccio. Anche avendo il coraggio di ridurre allo stretto indispensabile la sede stradale per le auto.


L’architetto Giacomo Borella

Quali sono i presupposti per un futuro diverso?

Capire che dobbiamo cambiare paradigma. Rifiutarci di collaborare nel diffondere la retorica della cosiddetta “innovazione”: è una parola che oggi non significa nulla, e che nasconde quasi sempre l’ombra di qualche abuso tecnologico. Oggi sappiamo benissimo che andare in bici e camminare sono i modi migliori, per sé e per gli altri, per muoversi in una città, soprattutto se pianeggiante e abbastanza piccola come Milano. Ebbene, c’è forse qualcosa di “innovativo” nel camminare o nel pedalare? Mia nonna andava tranquillamente in bicicletta un secolo fa, e la mia bici di oggi non è molto diversa dalla sua di allora. Non parliamo del camminare, che è un’attività primordiale. La parola “innovazione” va messa in quarantena anche in architettura, almeno fino quando non comincerà a tornare a significare qualcosa: oggi viene spacciata per innovativa un’architettura che è ancora pienamente novecentesca e industrialista, che malgrado il suo travestimento “green” continua a propagandare e avallare stili di vita e abitudini profondamente insostenibili. La gran parte degli architetti continua a progettare come quando si pensava che le risorse fossero inesauribili, illudendosi che basti cambiare le tecnologie impiantistiche o aggiungere qualche alberello o un po’ di isolamento (di solito di origine fossile, come l’orrendo polistirene) . Ma non esiste un modo sostenibile di produrre tutta la quantità di energia che l’uomo occidentale si è abituato a consumare col suo attuale stile di vita.

Quindi a cosa bisogna pensare?

A delle architetture che per come sono costruite, conformate e disposte, per prima cosa riducano al minimo le necessità energetiche e le dotazioni impiantistiche. Le miriadi di architetture popolari costruite nei secoli alle latitudini più diverse erano per necessità in primo luogo realizzate in funzione del clima e delle risorse disponibili. La modernità ha sostituito questa moltitudine di culture costruttive con un’unica architettura standard fatta per un unico modo di vivere standard fondato sul consumo. Ora il novecento è finito da un pezzo, ma noi continuiamo a costruire con questi ferri vecchi moderni: l’abuso di cemento, vetro, acciaio, l’infinità di prodotti sintetici che monopolizza l’architettura attuale, e un’idea di comfort che è semplicemente obsoleta. Credo che la possibilità di fare oggi un’architettura decente non possa evitare di rimettere radicalmente in discussione questa eredità “moderna”.

Installazione “Makeshift”, realizzata con materiali di recupero, Chicago Architecture Biennial, Chicago (U.S.A.), 2015 (Photo by Tom Harris, Copyright Hedrich Blessing. Courtesy of the Chicago Architecture Biennial)

Ma quindi ci sono città che dovremmo prendere a modello?

Possiamo cercare dei modelli solo laddove si sperimentano soluzioni al di fuori, o come minimo ai margini, dell’architettura e dell’urbanistica finanziarizzate. Laddove vige il modello della finanziarizzazione dell’economia, e quindi dell’architettura, non possiamo attenderci nulla di decente: possiamo trovare al massimo il maquillage green di un’architettura vecchia e decrepita, come è quella dello star system attuale. Oggi possiamo trovare esempi decenti e vivi solo cercando in ambiti minoritari, sia nell’architettura che nella società. La sfida è quella di allargare la sfera di chi non si identifica nell’immaginario plastificato e inebetito che ci propongono la finanza e l’architettura contemporanee.

Quindi quale dovrebbe essere lo strumento chiave di questo ragionamento?

Non saprei. Uno strumento imprescindibile per capire quello che ci circonda è il concetto di controproduttività formulato da Ivan Illich mezzo secolo fa: ogni attività intrapresa per raggiungere un fine, passata una determinata soglia di intensità tecnologica, di capitale, di istituzionalizzazione, comincia a produrre effetti opposti a quelli desiderati. E’ una legge fondamentale per capire la società industriale, e ancor di più quella cosiddetta post-industriale. Mi sembra difficile fare qualsiasi ragionamento sensato sul nostro tempo, e quindi anche sulla città e sull’architettura, se non si tiene conto di questa dinamica.

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