100 anni di Bauhaus

State leggendo questo articolo stando comodamente seduti su una poltrona alla luce di una lampada a stelo in metallo e vetro, apparentemente una come un’altra. Ma vi siete mai domandati quale storia rivelano gli oggetti quotidiani e quale imperscrutabile passato possono celare?

Presi dalla frenesia moderna, chissà quanti articoli di buon design agevolano la vita ogni giorno, senza che ve ne siate mai accorti. Possiamo solamente ventilare l’ipotesi che siano oggetti prodotti attraverso un processo seriale, e non manufatti artigianali. Se così fosse, allora avete tra le mani una piccola testimonianza del successo dei promotori della scuola del Bauhaus. Sì, perché proprio 100 anni fa nel cuore della Germania, a Weimar, la fusione tra l’accademia di Belle Arti e l’Istituto di Arti Applicate diede vita al Bauhaus, una scuola dedicata alle arti, all’architettura e al nascente design industriale.

Come una cometa durata 14 anni essa ha tracciato una scia luminosa, così l’eredità del Bauhaus è più viva che mai, fondata da un manipolo di giovani visionari addirittura sovversivi, secondo molti.

Fu la scintilla scaturita dalla decisione di Walter Gropius. Ma… quanta fatica per proteggere questo lume, tremulo al vento dei totalitarismi, scosso dalla veemenza delle critiche e dalle invidie.

Questa fiammella ardente è stata custodita da personaggi illustri che hanno insegnato al Bauhaus (Bau+Haus, letteralmente ‘la casa del costruttore’, in riferimento ai rifugi dei capomastri nei cantieri medievali). Tra i nomi più noti si ricordano Wassily Kandinsky, Paul Klee, Oskar Schlemmer, Johannes Itten, forse tra i suoi colleghi il più alternativo e «asceta maleodorante» secondo il parere della raffinata moglie del direttore Gropius, in quanto si nutriva prevalentemente di cipolle.

La vita nella scuola era sempre frenetica e colorata dalle tinte usate nei laboratori di tessitura, di arti plastiche, di falegnameria, di pittura e di grafica, oltre che dalle performance oniriche che fecero più volte sorgere lamentele tra i rispettabili cittadini, tanto che nel 1925 la direzione dovette levare le tende e a spostarsi a Dessau.

Così tra le risate dei chiassosi studenti che preparavano gli spettacoli teatrali, vestendo i costumi improbabili da sfoggiare con inusuale eleganza moderna, ci si dedicava allo studio dell’architettura nell’atelier presieduto dallo stesso direttore. Infatti, proprio a Dessau, Gropius disegnò la sede più nota del Bauhaus, caratterizzata dalle ampie vetrate, dagli angoli ‘svuotati’ degli edifici con inquadrati da infissi metallici neri come i balconcini simili a quelli di un piroscafo nell’ala dei dormitori. Dal 1996 il complesso è protetto come un bene dell’UNESCO.

Proprio attraverso quelle vertiginose pareti vetrate tutti potevano scrutare i giovani alunni intenti a sperimentare passi di danza o composizioni plastiche, proprio come quelle performance che realizzavano di sovente con l’illuminazione artificiale, coinvolgendo i vicini di casa con scritte applicate, come cartelloni pubblicitari, sui vetri lungo la strada.

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Le sperimentazioni di ogni tipo che professori e studenti elaboravano in una sorta di comunità iniziatica che indagava forme, rappresentazioni ed oggetti modernissimi e, non poche volte, utili solo a collezionare salaci critiche, quando non si trattava di vere e proprie aggressioni. Autentica atmosfera di ricerca e di sperimentazione in ogni campo: dall’artigianato, all’architettura passando per la grafica industriale, la fotografia e, persino, la psicologia.

Il metodo sperimentale di educazione intrapreso dall’istituto prevedeva di superare l’antinomia tra artigianato e arte, con lo scopo di integrare l’arte e l’industria.

Il Bauhaus fu ben più di una semplice scuola di provincia per ragazzi-apprendisti iniziati alle arti: fu un autentico spartiacque nella storia del Movimento moderno.

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Tuttavia non si percepì immediatamente il potente messaggio di novità di cui si facevano portavoce i diversi direttori. Hannes Meyer e Ludwig Mies van der Rohe, successero a Gropius, tanto che si arrivò alla chiusura definitiva del Bauhaus da parte dei nazisti, dopo che, ancora una volta, la sede fu trasferita a Berlino.

Paradossalmente questa prevaricazione spinse Moholy Nagy, Mies ed altri membri della scuola a seguire la diaspora degli artisti europei negli Stati Uniti: qui l’eredità del Bauhaus venne accolta con entusiasmo. Peccato solo che i tempi erano cambiati e si era ormai irrimediabilmente perso lo smalto iniziale…

Sono numerosi gli oggetti disegnati nel Bauhaus ad essere diventati classici, una fra tutti gli arredi in tubolare metallico, tra cui spicca la Sedia Wassily di Marcel Breuer, un’icona della contemporaneità dedicata proprio al professore Kandinsky, Wassily, appunto.

Dunque se oggi non possiamo festeggiare i cent’anni di vita della scuola, possiamo celebrare degnamente coloro che hanno contribuito a renderla un mito, inaspettati precorritori dei tempi moderni.

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