Il Bello: un concetto solo apparentemente semplice

…che cos’è il Bello?

Questa sembrerebbe essere una domanda davvero molto semplice, tanto comune da poter essere posta anche a un bambino di quattro o cinque anni, se si ha l’accortezza di renderla comprensibile. Un semplice «Ti piace la tua nuova biciclettina?» o «Come ti sembra questo cappellino?» potrebbe essere un modo perfetto per porre il quesito del Bello.

Ora, ascoltando le risposte, potremmo accorgerci che sono quasi certamente diversificate in base al soggetto (i gusti individuali faranno rispondere al bimbo molto specificatamente, mentre all’adulto in modo più astratto, ma non per questo meno vincolato dalle proprie preferenze.), quasi come se ognuno si potesse formare la propria idea di Bello, in base alla persona consultata in merito.

Sembra proprio che…

… potremmo aver già risposto alla domanda dicendo:

«Bene! Nulla di più semplice! Il Bello sarebbe semplicemente ciò che a una persona piace, quel quid in più che, meglio di qualsiasi altra cosa, saprebbe rispondere alle sue aspettative!»

Ma avremmo ragione nel ritenerci soddisfatti di una risposta trovata tanto facilmente?

No! Infatti quasi mai dovremmo accontentarci delle risposte sbrigative. Se rispondessimo a una simile domanda, rifacendosi ai gusti della gente o delle grandi marche, commetteremmo un errore, non sarebbe, in definitiva, corretto.

E non lo sarebbe perché, se è vero che, forse, considerare il Bello un concetto pieno (caricato di caratteristiche eccessivamente specifiche) e universale è troppo, è anche maggiormente vero che non può essere polverizzato in miliardi di sfumature (una per ogni individuo nato e cresciuto sulla Terra) o ridotto ai dettami della griffe di turno, la quale se ne farebbe l’unica vera scopritrice e interprete.

Ricordo una frase che un mio Professore, Stefano Zecchi, andava ripetendo come un mantra e che suonava più o meno in questi termini:

«Non è Bello ciò che piace ma è Bello ciò che è Bello»

L’interessante concetto contenuto in questo motto non starebbe unicamente nel ribaltare il senso comune, ma, soprattutto, nell’indicare che un Bello esiste e che, al pari dell’anima, vivifica e sostiene tutto quello che va impregnando; esseri viventi al pari di semplici enti inanimati.

Se il Bello è come l’anima e l’anima è universale, allora anche il Bello è dunque universale?

Se ascoltassimo i nostri antenati, i Greci in particolare, dovremmo rispondere che sì, è universale ed esiste nell’armonia delle parti, dei gesti e delle parole, sintetizzandosi nel maggiormente comprensivo Bello e Buono (è bello tutto ciò che è buono, ovvero consono all’armonia e all’ordine universali).

Per onestà intellettuale dovremmo aggiungere che i Greci, pur viaggiando molto per mari e terre, in realtà restarono sempre molti sedentari con i propri pensieri e che, quindi, il problema della diversità del Bello insita nelle varie culture non venne mai da loro posto. Rimasero sempre estremamente convinti di essere il centro del mondo e che tutto il resto fosse barbarico (dei barbari appunto, di chi non sa far altro che emettere suoni indistinti) e marginale. Ecco perché per loro fu semplice universalizzare il proprio particolare concetto di Bello.

Per noi, al giorno d’oggi, universalizzare non è più tanto semplice proprio perché ci siamo aperti alle diversità e perché abbiamo imparato a fare i conti con punti di vista e pensieri anche opposti, grazie all’individuazione della natura umana nelle sua cultura.

Se il pensiero, in quanto parte della natura umana, è cultura e la cultura è appresa allora anche il pensiero è appreso?

Sicuramente la maggior parte del materiale costituente il pensiero e i suoi prodotti è appreso e quindi anche il Bello sarebbe appreso.

Stiamo quindi accettando un’idea che sembravamo respingere, ovvero che non è Bello ciò che è Bello ma che è Bello ciò che piace?

No, perché se è vero che il Bello greco o occidentale (almeno per i tempi che furono) non può essere universalizzabile, è dopotutto altrettanto vero che in ogni parte del mondo, in ogni cultura, la Bellezza è ricollegabile a un ordine e a un’armonia cosmici; una specie di sinfonia che impregna e guida qualsiasi essere, vivente e non, presente in un determinato angolo di mondo.

Si potrebbe quindi pensare in questi termini:

Il Bello è come un’armonia: possono cambiare le note, ma una ratio (un senso, una logica interna) è sempre presente.

Il Bello quindi esisterebbe, come abbiamo appena detto, come ordine o armonia, una realtà da ricercare come sottofondo di ogni cultura, non generalizzabile nei contenuti o nella forma, ma negli intenti.

Un ordine, costantemente ricercato, che organizza sia parti fisiche (la bellezza di un opera d’arte o di un atleta), sia pensieri e gesti (morale); un’armonia che è in sé stessa, in quanto riverbero della luce e perfezione divina (di quella divinità che corrisponde al nome di Ragione e che appartiene, a modo proprio, a ogni popolo), un valore.

Il Bello sarebbe quindi tutto quello che di più importante vi è in un popolo; sarebbe, in poche parole, la sua Ragione e la sua Identità.

 

Oggi è ancora presente questa idea di Bello come ordine?

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Nella maggior parte dei casi, purtroppo no.

Certamente il Bello può ancora ispirare alcuni designers, stilisti, architetti e artisti (in alcuni casi invece no, non è presente nemmeno nel pensiero più sbiadito di chi dice di “fare arte”); ma chi acquista o semplicemente ammira tali creazioni raramente le recepisce nel modo corretto. Una casa, un abito, un bracciale o una scultura possono anche essere bellissime, ma se vengono desiderate unicamente per via del loro costo proibitivo tutto ciò che si ottiene è la banalizzazione del Bello. Ecco perché un’educazione al Bello come armonia andrebbe sicuramente ricercata da ognuno, visto che le scuole non ne offrono una adeguata.

Se la Bellezza diviene ciò che è di moda e di moda quello che è costoso non dobbiamo stupirci del ghigno gaudente del Consumismo nel vedere una schiera di finti belli e brutti veri indossare abiti pessimi creduti fantastici.

Se il Bello può oggi essere intercambiabile come una cartuccia della penna stilografica divenendo tutto e niente dobbiamo rendere grazie a una cultura che ha smesso di chiedersi il perché delle cose, di ricercare un valore e un’essenza dietro alla superficie propria e del mondo.

Una domanda inquietante sorge:

Forse che, oggi, la Bellezza combacia con il denaro e a ciò che vi attiene proprio per il fatto che la moneta è divenuta la nostra nuova ratio, il nostro nuovo ordine o armonia, la nostra nuova identità culturale?

Può essere e dovremmo esserne spaventati oltre che disgustati.

Una cultura che non trova un proprio senso oltre la quantificazione economica è semplicemente un aggregato di carne pronto alla dissoluzione.

Quando il significato della Bellezza diviene il venale, anche la più grande schifezza si fa desiderabile, rendendo realtà il sogno di ogni vero mercato consumistico: fare dei propri clienti dei semplici consumatori, delle oche da ingrasso alle quali far ingurgitare ogni scarto di dubbia qualità.

Riscoprire il Bello come armonia potrebbe renderci maggiormente liberi. E, forse, non è un’esagerazione.

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