Il ricordo che diviene arte: Peppe Nieddu di Villagrande

In questo nostro mese d’agosto, esigua manciata di giorni dedicata al pensiero di un’estate oramai quasi conclusa, sarebbe bello soffermarsi, brevemente, sul senso che detiene il ricordo, nella vita e nell’ arte.

Ricordare eventi, luoghi, persone, visi, indumenti e parole è forse l’unico mezzo che abbiamo a disposizione per poterci sentire davvero a casa, per poter esclamare: «Mia terra, mio prato, mio lago, mio mare, mia aria ti riconoscerei tra mille!»

Perché, a ben pensarci, se non vi fosse un qualcosa che legasse i luoghi in cui viviamo al nostro passato, come riusciremmo a definirli nostri, a percepirli come familiari?

Il passato è importante e rievocarlo ancora di più, perché, in ultima analisi, aiuta a conferirci un’identità, a disegnarci una fisionomia: alcune opere d’arte sembrano infatti lì, davanti a noi, unicamente per ricordarcelo.

Se ripenso alle mostre d’arte visitate negli ultimi anni, non necessariamente le più chiacchierate e allestite in palazzi impossibili da non conoscere, ma, soprattutto, quelle più “timide”, “introverse” e letteralmente “nascoste” tra le mura di qualche paesino di provincia, ciò che salta all’occhio è la meticolosa attenzione per il domestico e l’affettivo; le due dimensione maggiormente presenti nel ricordo. Un habitat familiare che si esprime con rasserenanti campanili che, dispersi tra boschi e vallate, chiamano a raccolta il proprio bianco gregge di piccole case di campagna.

Chi scrive, ad esempio, ricorderà per sempre con piacere una serie di quadri di Innocente Salvini, un artista locale piuttosto conosciuto nel Varesotto, i quali, appesi alle pareti strollate della taverna dei nonni, sembravano ricordare un passato che, a ogni pennellata, diveniva arte: sempre il solito mulino immerso nei boschi, la madre e la famiglia dell’artista. In quei quadri, detto altrimenti, mi riflettevo, come in uno specchio, e imparavo a percepire l’importanza, l’imprescindibilità di ciò che ci ha preceduto nel tempo.

Moltissime sono le opere d’arte che potremmo catalogare in quella sezione d’archivio (frutto di una pura fantasia di chi scrive) nota come arte del ricordo. Ce n’è però una (un complesso di murales, per la precisione) che, per la centralità che ivi ricopre l’atto del ricordare, merita di essere, appunto, ricordata: una serie di murales raffiguranti i centenari di Villagrande, in Sardegna, di Giuseppe (Peppe) Nieddu.

Peppe Nieddu: quando i ricordi si fanno arte

opere di Peppe Nieddu

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Chi è dunque Peppe Nieddu, questo particolare artista che fa della custodia del passato di Villagrande una missione, un dovere morale da osservare senza se e senza ma?

Per prima cosa, in poche semplici parole, verrebbe da rispondere: «un custode del passato»; e potremmo essere anche quasi certi di aver così descritto un uomo, senza troppo girarci intorno. Ma ovviamente sarebbe riduttivo perché, come in ogni sintesi, si perdono le importantissime sfumature e soprattutto perché, Peppe, prima che un artista e un meticoloso cultore dell’arte, è una persona, un individuo con tutto il proprio bagaglio di ricordi e di affetti.

La sua storia d’amore con l’arte iniziò, diversi anni or sono, con un fumetto (o meglio, una serie infinita di fumetti) di Tex tra le mani. Questo giornaletto in carta stampata, ideato da Bonelli e Galleppini, offrì a Peppe l’occasione per avvicinarsi ai metodi espressivi dell’arte e, così facendo, prendere anche confidenza con i fedeli compagni di viaggio di ogni vero artista: carta, matita, penna e pensieri.

Con il passare degli anni, Peppe Nieddu iniziò a sperimentare l’arte della pirografia esercitata su taglieri in legno che poi rivendeva: in questo modo riuscì a trovare la strada per coniugare la necessità di un lavoro dignitoso che lo mantenesse e il piacere di passare le giornate in compagnia della flora e della fauna del Gennargentu, fattesi arte.

La passione per i fumetti, poi, contratta in giovane età, non lo abbandonò mai; anzi, possiamo dire che si ripresentò in età matura dando forma a un’avventura vignettistica con i propri due figli come protagonisti: un ottimo modo per coinvolgere due giovani amanti dell’arte fumettistica che, in questo modo, ebbero la stessa occasione paterna.

Recente, invece, e qui giungiamo ai giorni nostri, è il grande lavoro di pittura muraria (come dicevamo poco fa) che Peppe sta tuttora realizzando a Villagrande, al fine di rendere duraturo il ricordo dei quarantatré centenari del paese sardo.

Dieci ritratti sono stati completati, molti atri ne mancano, ma a Peppe il duro lavoro non spaventa affatto tant’è che, arrampicato sui ponteggi, pensa già a un’altra serie di murales dove i centenari vengano ritratti giovani e alle prese con le proprie mansioni di un tempo.

Cos’è questo se non un ammirevole e interessante tentativo di omaggiare i propri ricordi, il proprio passato e le proprie tradizioni attraverso l’arte? Un modo di rendere eterno ciò che è già stato e che non potrebbe comunque più tornare?

Habitanti, abbiamo deciso, nel corso di questo breve articolo, di portarvi l’esempio di Peppe Nieddu proprio perché ci è parso esemplare al fine di mostrarvi quanto il passato, divenuto arte, sia importante al fine di aiutarci a disegnare il nostro futuro; per prospettarci, in poche parole, una via da percorrere.

I ricordi sono, utilizzando una metafora efficace, come un trama che, tenendo insieme quei sottilissimi fili che siamo, ci impedisce di disperderci al vento, di volatilizzarci.

Portiamo dunque rispetto per il nostro passato, restauriamo, senza sosta, questo nostro antico tessuto che, nel bene e nel male e con tutti i propri limiti, continua ad avvolgerci nel suo caldo e familiare abbraccio; senza di lui, infatti, che cosa potremmo mai essere?