L’ Antro delle Gallerie in Valganna: quando uno spazio diviene leggenda

L’habitat che ci circonda, con i luoghi e gli elementi che lo costituiscono, contribuisce a delineare i tratti di una comunità e ad alimentare i racconti e le leggende che si tramandano di generazione in generazione, di focolare in focolare. Ecco perchè un luogo sito in Valganna e conosciuto come Antro delle Gallerie, con i suoi cunicoli tetri e persi nella fitta vegetazione, può trasformarsi in qualcosa che va ben al di là della realtà.

Acqua

Varese è una città elegante, sviluppata dallo spirito imprenditoriale e borghese che ha sempre contraddistinto i suoi cittadini, ma non è solo questo. Alcuni, tra coloro che vi sono sono nati e cresciuti, sanno che oltre la superficie si nasconde altro, un lato sconosciuto e di un’attrattiva inquietante che pervade vecchie stradine dimenticate, umide gallerie sotterranee e viottoli di asfalto dissestato che dalla periferia portano a fitti e selvatici boschi.

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Ogni elemento di questa città è intriso d’acqua, un gocciolare di nubi spesse e basse che in certi periodi si fa insistente, tanto insistente da obbligare chi vi abita ad abbandonare la vita mondana per ritrovare il sole nel calore di una lampada da tavolo. Ebbene, è proprio in quei momenti in cui la vita umana sembra dileguarsi dalle venuzze e arterie cittadine che Varese appare per quello che è: un luogo misterioso in cui il passato rivive nell’odore dolciastro del lago che risale le colline e nello stagliarsi sullo sfondo umido di architetture eleganti e industriali, decadenti ed erose dal correre del tempo.

Una città che sembra una vecchia carcassa bagnata, gettata tra le sponde del lago e l’intricata vegetazione valliva più a nord. Acqua che corre lungo i marciapiedi e che scroscia giù, pesante e molle, dal Campanile del Bernascone, appiccicando i capelli sulle teste dei passanti e spegnendo quelle poche sigarette testardamente accese. Acqua limpida e stagnante, fresca e dal puzzo oleoso di vegetazione decomposta; tutto in questa cittadina di confine ne sembra rigonfio dal di dentro e pervaso. Ed è proprio quest’acqua, insistente e aggressiva, che contribuirà a fugare ogni dubbio in merito a una leggenda che ivi riportiamo: il mistero dell’Antro delle Gallerie in Valganna.

Il mistero dell’Antro delle Gallerie in Valganna

mistero dell'antro delle gallerie

archeoteses.wordpress.com

Ricordo un agosto di qualche anno fa, un’estate in cui, insieme a pochi altri amici superstiti dell’esodo vacanziero, decisi di ammazzare il tempo, e soprattutto la soffocante e umida calura, mettendomi uno zaino in spalla e uscendo dal cemento cittadino per seguire un piccolo sentiero che si disperde ai lati della ferrovia. Fermatici poi nei pressi del Cimitero di Belforte, decidemmo di sostare per bere una Coca e consumare la nostra scorta di Camel blu.

Fu proprio là, tra la fitta vegetazione che lascia intravedere i segni degli scarti e dei rifiuti cittadini, che un nostro amico ci raccontò una storia incredibile che aveva letto il giorno prima sulla Provincia di Varese: un gruppo di esperti speleologi, che erano soliti incontrarsi per inoltrare i loro passi nelle innumerevoli cavità naturali e non che corrono nel sottosuolo del Varesotto, una sera decisero di esplorare l’Antro delle Gallerie per passarvi del tempo nel modo a loro più congeniale: dopo un certo lasso di tempo impiegato nell’osservazione della strana conformazione del luogo, la loro attenzione fu richiamata dal terriccio che, cadendo, colpì le loro teste.

Voltatisi a guardare verso l’alto videro, per una frazione di secondo, uno strano essere non antropomorfo dalla testa allungata ritrarsi in una cavità, sparendo dal loro sguardo. Il gruppo, seguendo un normalissimo istinto, fuggì, e in quel luogo non fece più ritorno, ma, tempo dopo decise di raccontare la strana esperienza a Mauro Breme, vicepresidente del team PARI.

Credo sia a questo punto opportuno, per fare chiarezza, riportare l’intervista originale a Breme sui fatti dell’Antro delle Gallerie, comparsa sulla Provincia di Varese il giorno 4 agosto 2014:

« Due anni fa al massimo, un gruppo di speleologi si è addentrato nella grotta ed è scappato fuori di gran corsa senza volerci mai più rientrare – continua Breme – Tempo dopo quegli speleologi, seppur con una certa ritrosia, hanno raccontato di aver visto un’entità non antropomorfa, ma dal comportamento intelligente, che li guardava dall’alto di un “camino” (cunicolo verticale). Gli speleologi stavano camminando e hanno sentito del terriccio cadere sulle loro teste. Quindi hanno alzato gli occhi e hanno visto spuntare una sorta di testa allungata, non di uomo e non di animale, che si ritirava per nascondersi. Vogliamo farci accompagnare nel punto esatto dell’avvistamento. La difficoltà è convincere gli speleologi. Sono abituati a tutto, ma probabilmente preferirebbero fare un salto di 500 metri nel vuoto piuttosto che tornare lì »

“Il mistero della grotta della Sfinge. La Valganna cela strane presenze”. La Provincia di Varese. 4 Agosto 2014. 13 Giugno 2018.

Ovviamente quel pomeriggio fu lunghissimo. Decidemmo di ritornare a casa solamente quando, obbligati da un sole che, raffreddatosi, si andava nascondendo tra le cime degli alberi, non ci fu lasciata alcuna alternativa. Non avevamo torce e la flebile luce dei cellulari e degli accendini non sembrava certo una garanzia. Tornammo, e non avemmo più occasione di parlarne. Però, personalmente, la questione mi interessò tanto da spingermi ad approfondire l’argomento leggendo sempre più articoli in merito.

Al mistero del mostro avvistato si andò aggiungendo anche quello dell’apparente inspiegabilità delle motivazioni che portarono alla costruzione dell’Antro delle Gallerie e, mese dopo mese, la questione mi creava sempre più fibrillazioni. Almeno fino alla lettura di un interessante articolo scritto da Paolo Alemani per Fuffunette’s.

L’origine di una leggenda contemporanea

Ora, tralasciando la storia precedente sul mostro dell’Antro delle Gallerie, la quale non può essere né validata né smontata, ma solo soppesata, è a questo punto necessario chiarire un quesito che, per tanti anni, ha contribuito ad alimentare l’alone di mistero che aleggia su questo luogo: perché simili intricate gallerie vennero edificate? Vene metallifere non ce ne sono, quindi l’ipotesi della miniera è da scartare; può essere una cava, ma perché spingersi tanto in profondità quando sarebbe bastato scavare in superficie? Simili dubbi sembrarono attanagliare, già nel lontano 1896, Filippo Ponti, noto archeologo, che alla fine si decise, anche se poco convinto, per l’ipotesi della cava di pietra.

Gli anni successivi, gli anni della Varese Liberty, furono poi contraddistinti dal fiorire di leggende riguardanti l’Antro delle Gallerie, un periodo in cui, guarda caso, Varese era la meta prediletta delle fughe estive di facoltosi Milanesi. In quegli anni si parlò infatti di un Francese che, smarritosi tra i cunicoli dell’Antro delle Gallerie, utilizzò l’ultimo colpo della propria revolver per togliersi la vita (contro chi o cosa aveva deciso di esplodere gli altri colpi?) e, sempre in quel periodo, si dice che sarebbe stata ritrovata una scritta indecifrabile il cui calco risulterebbe oggi stranamente irreperibile. La storia del turista francese è vera, solamente che lo è unicamente per quella parte della narrazione che ci informa del suo smarrimento, tutto il resto è finzione. Venne ritrovato e tratto in salvo il 14 giugno del 1903 da due abitanti locali.

Tali fatti ci portano a pensare a una cosa: e se tutte quelle storie di fantasmi e disperati che ivi si sarebbero tolti la vita fossero state unicamente operazioni di promozione turistica? È assai probabile. D’altronde si sa, le storie di mistero affascinano l’uomo sin dalla notte dei tempi e i nostri trisavoli, furbescamente, non avrebbero certo lesinato nell’ingigantire la realtà dei fatti, mescolandola con qualche vecchia storia riecheggiante tra le valli, per un qualche posto letto, birra o panino in più. Ma la recente vicenda degli speleologi? sarebbe anch’essa frutto della fantasia? Probabilmente sì, della loro, ma in buona fede. Le storie, come sappiamo, hanno una grande forza; trasformandosi trascinano e influenzano i nostri organismi orientandone i pensieri e le percezioni. Potrebbero quindi essere stati proprio racconti simili a quelli cui abbiamo fatto cenno ad aver indotto quel gruppetto a fuggire da un mostro e a vincolare, attoniti e creduli, sia me che i miei amici nel bosco, quel pomeriggio di inizio agosto? Probabilmente sì.

Come abbiamo potuto intuire, dunque, l’operazione Antro delle Gallerie in Valganna fu, ai tempi, una strategia commerciale assai ben riuscita e portata avanti, un po’ con incredibile maestria, un po’ credendoci davvero. Almeno fino a oggi, dove, in realtà, è divenuta mito.

Una scoperta risalente agli anni ’60, poi, dovrebbe contribuire a fugare ogni nostra comprensibile resistenza, naturalmente propensa ad assecondare l’inspiegabile. Ricordate l’ipotesi avanzata nel 1896 da Filippo Ponti? Ecco, quello che lui ipotizzò, ovvero che l’Antro delle Gallerie potesse essere una semplice cava, ha trovato conferma durante un’operazione di restauro delle Badia di Ganna.

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I restauratori scoprirono infatti che il materiale utilizzato per la costruzione dell’edificio sacro era lo stesso che si poteva trovare nell’Antro delle Gallerie. Il volume del materiale mancante dalla cava, poi, corrispondeva più o meno con quello impiegato per edificare la Badia e le case di Ganna. Va bene, possiamo anche crederci, ma perché scavare in profondità invece di utilizzare il materiale più superficiale? La risposta arriva dall’elemento che pervade l’inizio del nostro articolo: l’ostinata e martellante acqua del Varesotto. Le maestranze allora impiegate nella Badia di Ganna decisero di scavare in profondità proprio perché, a causa delle frequenti piogge e di un materiale maggiormente pregiato negli strati più reconditi, restare sulla superficie sarebbe risultato molto più complicato e meno remunerativo. Ecco che la trama della narrazione ridiviene filo, semplice e lineare.

Abbiamo deciso di riportavi un racconto insolito proprio perché, come ogni Habitante ben sa, abitare un habitat significa principalmente viverlo nel profondo dei propri pensieri e dei propri istinti. Le leggende, infatti, non sono vere solo nell’intreccio che tramandano; lo spirito che le alimenta, il nostro, essendo il riflesso di quello della terra che ci genera e ospita, è invece vero quanto è vera la vita. Siamo foglie che frusciano a tempo, sulla chioma di un albero poderoso.