La preparazione di un Giardino Planetario allo Zen

La sfida di Manifesta 12 e degli abitanti di Palermo.

“Manifesta 12 a Palermo è una grande sfida per ripensare a come gli interventi culturali possano avere un forte ruolo nell’aiutare a ridefinire uno dei più iconici crocevia del Mediterraneo della nostra storia, all’interno di un lungo processo di trasformazione. Manifesta 12 vuole affrontare diverse interrogativi tra cui: la partecipazione dei cittadini alla governance della Città, e come riconoscersi cittadini e riappropriarsi della Città. Le questioni migratorie della città sono emblematiche di una più ampia situazione di crisi che l’intera Europa si trova ora a fronteggiare.” – Hedwig Fijen, Direttrice di Manifesta.

Qualche settimana fa sono comparse in diversi Social Network molte fotografie che ritraevano gli abitanti del quartiere Zen di Palermo che preparavano un terreno del loro quartiere per far nascere un’opera del botanico francese Gilles Clément, teorizzatore del “Giardino Planetario”, all’interno di un’attività promossa da Manifesta 12, la Biennale nomade d’arte contemporanea curata per questa dodicesima edizione da quattro creative mediators : Bregtje van der Haak, Andrés Jaque, Ippolito Pestellini Laparelli, Mirjam Varadinis; Manifesta, è noto, ha scelto Palermo per indagare alcune problematiche attuali come migrazione e condizioni climatiche che identificano l’Europa contemporanea per avviare una riflessione sull’impatto che queste tematiche hanno sulle nostre città.

La natura, si sa, ha spesso tempi più lunghi di una performance artistica, quindi la notizia di questo giardino planetario allo Zen è nata spontanea come la vegetazione valorizzata dal paesaggista francese, tra i più noti e influenti d’Europa. Per questo motivo, ho contattato Maria Chiara Di Trapani, che come membro del coordinamento curatoriale di Manifesta 12 segue il progetto di Coloco & Gilles Clément e Mariangela Di Gangi, presidente dell’Associazione Laboratorio Zen Insieme, come testimoni del progetto. Due donne, due palermitane mi hanno raccontato il loro impegno per un’iniziativa artistica di riqualificazione di uno spazio che potrà essere recuperato e restituito alla comunità e a tutti gli abitanti di Palermo, affinché non ci siano più muri inesistenti che dividono la città in zone da esperire e non. Mariangela e Maria Chiara  si sono letteralmente “sporcate le mani” con la terra di un giardino in fieri ed hanno risposto con entusiasmo alle nostre domande, in una intervista esclusiva per Habitante, aiutandoci a conoscere meglio questa lodevole iniziativa.

Facciamo un po’ di chiarezza. Che cosa sta succedendo allo Zen?

Maria Chiara di Trapani: Si è avviato un processo di creazione di giardino che verrà realizzato dal collettivo Coloco & Gilles Clément. L’avvio del giardino è stato preceduto da due giorni di atelier teorico, il primo sul tema dell’ispirazione, sulla fertilità il secondo, per arrivare al terzo giorno di pratica su come diventare giardinieri. Sono state invitate a partecipare tutte le associazioni che lavorano con le famiglie e i bambini, con l’intento di coinvolgere tutto il quartiere.  Il progetto verrà presentato a conclusione della Biennale. Il giardino in sé rappresenta la legacy e il modo di agire della Biennale. Manifesta, operando in sinergia con le realtà locali, avvia un processo che potrà continuare quando la Biennale andrà via. Non sappiamo chiaramente ora cosa succederà. Con il collettivo Coloco, insieme al Dipartimento di educazione di Manifesta e Zen Insieme abbiamo voluto creare un momento sociale : abbiamo lavorato pulito e zappato tutti insieme, lavorando e giocando con i bambini e gli abitanti del quartiere, abbiamo mangiato insieme con persone che prima ci guardavano con qualche dubbio e dopo si sono unite a noi con zappa e rastrello.

Come hanno vissuto gli abitanti dello Zen questa pacifica intrusione nei loro spazi?

Mariangela Di Gangi: In modo naturale. Questa installazione curata da Manifesta si inserisce in un percorso più lungo che ha riguardato il quartiere in cui da anni la mia ed altre associazioni lavoriamo per la rigenerazione urbana per la cura del territorio. Questa azione si inserisce, pertanto, in un contesto più ampio. Gli abitanti erano già instradati. È una pratica che già conoscono.

Quali altri spazi sono stati recuperati allo Zen? Mi piacerebbe che questa intervista possa dare nuova luce a un territorio che è stato oggetto spesso di critiche e di stereotipi. Chi non vive a Palermo e anche certi palermitani purtroppo considerano lo Zen come un “ghetto”.

Mariangela Di Gangi: È verissimo ed è un’idea sbagliata. Da tre, quattro anni abbiamo lanciato un appello alle istituzioni affinché ci sia uno spazio riqualificato che possa essere trasformato in una piazza. È un’opera complicata. Ci sono questioni burocratiche da dirimere, ci stiamo lavorando.  Ma a partire dalla nostra prima richiesta, siamo riusciti a ottenere uno spazio adiacente per i bambini e le bambine dello Zen, ovvero il primo campo di calcio pubblico, autogestito ed auto-organizzato dagli abitanti del quartiere, aperto, senza custodi, senza cancelli. Sembra una cosa frivola ma è intatto, integro, curatissimo ed è il simbolo di quello che può essere lo Zen quando le persone sono rispettate, ascoltate e messe in condizione di dire cosa serve e cosa piace loro.

Tornando al giardino. Un concetto fondamentale promosso da Clément è Il terzo Paesaggio, che riguarda tutti gli spazi trascurati non antropizzati o abbandonati, considerati come i principali luoghi d’asilo per la biodiversità. Come si presentava prima  l’area scelta per l’avvio del giardino- in via Primo Carnera- e cosa diventerà?

Maria Chiara di Trapani: Si presentava come un luogo abbandonato, con erba incolta tra cumuli di spazzatura. La terra arida, per lo più composta da sfabbricidi. Siamo andati anche in giro per far sopralluoghi e vedere quali piante crescono negli spazi verdi attorno allo Zen. Abbiamo cercato di essere coerenti con la vegetazione spontanea locale. Nel giardino ci sarà  una parte dedicata all’orto, alcune piante saranno degli innesti. In questa striscia di terra un’associazione attiva nel quartiere, Handala, l’anno scorso ha tentato di recuperare questo spazio, piantando tre alberi, che saranno curati e naturalmente parte del progetto di Coloco & Gilles Clément, insieme alle piante che si è iniziato a piantare, che saranno di specie resistenti che possano trattenere l’acqua.

 

Che significato ha per chi vive allo Zen la presenza di questo spazio che sta per essere riqualificato?

Mariangela Di Gangi: Ha più significati. Il primo è quello di sottrarre all’incuria un’altra piccola porzione del quartiere che è una grande piaga che abbiamo. Risponde poi all’esigenza che viene sollevata da più parti, ciclicamente, cioè l’assenza di spazi legati alla vita sociale del quartiere. Avere un giardino è per molti una cosa elementare. Allo Zen, vi assicuro, non è scontato. Questo giardino sarebbe uno dei pochissimi spazi destinati alla vita collettiva. Un posto dove una mamma, con il passeggino, può uscire con il proprio figlio e sedersi in una panchina. Non ci sono molti spazi comuni allo Zen. Gli spazi pubblici sono fondamentali nello sviluppo della vita di una comunità.

Il titolo che accompagna la dodicesima edizione di Manifesta è “Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza”. Appare come fonte d’ispirazione dello sviluppo del concept curatoriale il dipinto “Veduta di Palermo”, realizzato da Francesco Lojacono nel 1875, oggi custodito nella collezione della Galleria di Arte Moderna di Palermo, in cui si può osservare che nessuno degli elementi naturali che compongono il paesaggio ritratto risulta indigeno. Le piante che costituiranno il giardino dello Zen richiameranno idealmente alla memoria questo dipinto?

Maria Chiara di Trapani: Il quadro di Lo Jacono appare nel Palermo Atlas, lo studio urbano condotto da OMA per questa edizione di Manifesta 12. L’Atlas può considerarsi uno strumento d’indagine preparatoria per lo sviluppo del concept della Biennale, da cui è emerso che tutte le piante che vengono identificate come distintive e tipiche di Palermo non sono di origine mediterranea. Gli alberi d’ulivo provengono dall’Asia, così come il pioppo tremulo arriva dal Medio Oriente, l’eucalipto dall’Australia, il fico d’India dal Messico, il nespolo dal Giappone. Piante che ormai appartengono alla vegetazione invasiva e spontanea palermitana e, quindi sì, molte di quelle ritratte nel quadro saranno nel nostro giardino. Ci saranno ad esempio le pale di fico d’india, l’albero di fico, il mandorlo etc. … Sperando possano crescere e espandersi spontaneamente.

Veduta di Palermo, Francesco Lojacono, 1875, Palermo Atlas, courtesy OMA

Chi vive nel territorio ha paura che queste manifestazioni possano essere “cattedrali nel deserto”?

Mariangela Di Gangi: Se fosse così, Non avremmo mai aderito. Io penso che queste pratiche di rigenerazione urbana spesso vengano utilizzate perché nascono per necessità di creare degli spazi, abbellirli, migliorarli. La cosa più bella è creare un senso di appartenenza della comunità per renderla più coesa. Se tu ti senti parte coinvolta in quel che accade nel posto in cui vivi, fai qualcosa di più che pulire uno spazio, ti senti parte della comunità. Rinneghi il meccanismo di delega. Non aspetti che le istituzioni o, chi per loro, provvedano a rispondere ai tuoi bisogni. Ti senti corresponsabile. Questo rafforza il senso di appartenenza e ti fa sentire meno solo e marginale.

Il Giardino Planetario è un progetto politico di ecologia umanistica. Gilles Clément intuisce che tutto il pianeta è come un unico grande giardino e l’umanità è il suo giardiniere. Spetta quindi a tutti noi, indistintamente, averne cura, esserne responsabili e saperlo salvaguardare. Quali saranno le altre tappe per la costituzione di questo giardino e come si tuteleranno i frutti di questa “semina”?

Maria Chiara di Trapani: L’idea è di avviare un processo virtuoso e di considerare l’opera come non finita. L’opera è frutto del lavoro collettivo condotto in condivisione con i bambini, le loro famiglie, e gli abitanti della città.  L’idea è che questo possa essere un modello che possa facilmente essere riprodotto per osmosi spontanea dagli abitanti anche nelle altre zone del quartiere al momento abbandonate. Vogliamo fare qualcosa che crei un’affezione, che sia uno spazio di tutti, che abbia una vita. Manifesta, mette insieme un progetto artistico che ha la supervisione di Clément e la realizzazione di Coloco, viene realizzato lavorando in sintonia con il nostro Dipartimento di Educazione, diretto da Yana Klichuk che affianca la creazione del giardino con il suo programma educativo pensato per rafforzare il valore collettivo dell’opera, lavorando con progetti attorno il giardino in collaborazione con Orto Capovolto e altri collettivi come Studio Pica, Compagnia Teatro degli Spiriti.

Mariangela Di Gangi: La tappa è unica ed è la condivisione. Dall’inizio alla fine. Costruire quel giardino, progettarlo, pensarlo, realizzarlo con le persone che sono chiamate a prendersene cura, ha già la soluzione in sé. Sapere che quello spazio sarà poi a disposizione di tuo figlio, è il più grande stimolo che hai per proteggerlo. Certo, stiamo parlando di un quartiere che non è avvezzo a queste cose perché non ha grandi spazi comuni e quindi i suoi abitanti non sono abituati alla cura di essi. Probabilmente, non lo nego, potrà risultare faticoso pensare che quello sarà uno spazio di tutti e tutti siamo chiamati a proteggerlo. Io, però, sono molto fiduciosa. Queste due settimane ci devono dare fiducia. Ogni pomeriggio i bambini fanno attività là. L’assenza di un giardino nel quartiere è qualcosa che loro più fortemente avevano manifestato.

 

A proposito, abbiamo visto in foto tanti bambini che hanno partecipato all’iniziativa. Come sono stati preparati e cosa hanno recepito di questo Giardino Planetario?

Maria Chiara di Trapani: Nel workshop Coloco ha chiesto ed ascoltato le aspettative di tutti, dai disegni dei bambini sono emersi desideri come un’area dedicata ai cani, un percorso per le bici e altri giochi, e altre esigenze verranno considerate, è ancora tutto in progress.

Mariangela Di Gangi: I bambini hanno recepito che è una cosa bella e per fortuna hanno imparato che hanno diritto alla bellezza e la devono pretendere anche in un quartiere che purtroppo non ne offre ancora tanta.

Peppino Impastato Docet.

Mariangela Di Gangi: Esatto! I nostri bambini sono abituati a dire la propria parola e hanno imparato che ha un peso; sapete, hanno fatto un percorso con Save The Children Italia per la realizzazione di un programma di contrasto alla povertà educativa. Il diritto alla partecipazione dei bambini è fondamentale. In questo senso, sono ben contenti di immaginare il loro quartiere e ripensarlo.

Questo giardino può anche avere una funzione centripeta. Può attirare gli altri abitanti di Palermo e suscitare l’interesse dei turisti allo Zen.

Mariangela Di Gangi: Lo scotto più alto che lo Zen vive ancora nel 2018 è il pregiudizio. Tanta gente parla di questo quartiere senza esserci mai stato. Bene, grazie a Manifesta noi ci auguriamo che questa zona di Palermo possa essere conosciuta da tutti e non vogliamo solo un’attenzione mediatica. Noi vorremmo che la gente possa varcare questo confine immaginario tra le persone cosiddette perbene di Palermo rispetto a quelle ritenute meno perbene del nostro quartiere. Magari entrando allo Zen ci si può rendere conto che questa comunità possa avere altro da dire rispetto a quello che è stato raccontato nei decenni scorsi.

Questa installazione è una vera e propria sfida. Quando le manifestazioni artistiche contemporanee si fanno ancillae del territorio e valorizzano un tessuto sociale critico esprimono spesso  al meglio la propria caratura.

Maria Chiara di Trapani: La parte espositiva di Manifesta è la ciliegina sulla torta di un lungo processo. I progetti educativi ad esempio ne sono parte integrante. E questi sono attivi da un anno e mezzo prima di quella che sarà l’apertura delle mostre. Manifesta è un progetto culturale che nasce ai primi anni ’90,  per riflettere sul cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda, reinterpretando i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale della città ospitante, con l’obiettivo di facilitare l’integrazione sociale in Europa attraverso la pratica artistica.  E’ nel suo dna.

Mariangela Di Gangi: D’altra parte è molto bello che una Biennale di Arte Contemporanea possa trovare spazio in un quartiere che è sempre stato escluso rispetto alla partecipazione culturale. Invece allo Zen si può fare arte e cultura e poi, il modo in cui Manifesta ha scelto di fare arte si mette al servizio della collettività. Creare un giardino è una risposta concreta non solo da un punto di vista artistico, ma funzionale ai bisogni di una comunità. Questo è un tassello di un percorso più ampio, proseguirà anche quando Manifesta ci lascerà, il giardino sarà curato anche quando la Biennale finirà e non sarà l’unico spazio riqualificato.

Photo Credits:

Preparazione Giardino, GillesClement&Coloco,  Courtesy Manifesta

Lucia Ajello

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